Parte 2 giornalista di guerra

Continuano le disavventure della nostra giornalista Sara dopo la sua cattura….
Una sensazione di freddo.
Freddo umido, freddo nelle ossa.
Torpore, sensazione di trovarsi in un mondo ovattato, a rallentatore.
Sara aveva aperto gli occhi, dopo un periodo che le era sembrato infinito, e si sentiva contratta, a disagio.
Si sentiva così stonata che si era dimenticata dove fosse; pensava di essere a Roma o a New York nelle classiche mattine in cui tornava da un lunghissimo volo autunnale oltreoceano e si trovava a dormire in un hotel ancora senza riscaldamento acceso. Stavolta si sarebbe lamentata con il personale dell’albergo pensò!

Aveva dormito di lato, fianco sinistro, piano piano cominciò a muovere le gambe, voleva riprendersi da questa nottata agitata.
Mosse le gambe, con le ginocchia che le duolevano, flettendo prima una e poi l’altra gamba, avvertendo fastidi strani.
Sbadigliò con la reazione naturale a portare la mano sulla bocca; anche da sola, alcune norme di buona educazione le venivano naturali.
Ma la mano non si mosse, non capiva. Provò di nuovo, ma sembrava un corpo senza braccia.
Provò ad alzarsi di schiena ed una serie di dolori e situazioni vennero alla luce.
Aveva le mani e le braccia legate dietro la schiena, a livello dei polsi e dei gomiti, praticamente addormentate, per questo non ci aveva fatto caso subito.

Una sensazione di terrore si impossessò di lei, improvvisamente le tornò tutto in mente….panico, paura, ansia ed iniziò a dimenarsi da terra.
L’ultimo ricordo era di lei che si sentiva debole, con le ginocchia che cedevano ed il mondo che andava sottosopra.
Adesso non capiva dove si trovava, non capiva dove l’avevano portata, non capiva perchè l’avevano legata.

Aveva passato tante situazioni di paura in guerra, al seguito dei militari, ma era la prima volta che veniva rapita e che, soprattutto, si trovava sola.
Respirò, si fece forza, provò a pensare a tutti gli insegnamenti dati nei corsi militari in queste situazioni.
Cercò di non piangere, cercò di far finta che andasse tutto bene, cercò di pensare che presto sarebbero venuti a prenderla.
Ma lei non aveva un localizzatore, ma soprattutto non aveva seguito la squadra nel momento dell’assalto. Era un ago in un pagliaio in quella zona di guerra.

Facendo ricorso a tutte le sue abilità di ex atleta di ginnastica, dopo essersi dondolata per terra, riuscì a darsi la spinta per mettersi a sedere, nonostante
l’impossibilità di aiutarsi con le braccia. Quello che però era un gesto naturale, il sedersi, per lei si rivelò molto doloroso.
Un dolore intenso, una presenza ingombrante, un qualcosa di molto fastidioso le premeva da dietro, nella parte posteriore del suo corpo.
Non le impediva di muoversi, ma sicuramente era un qualcosa che le dava tormento, fastidio.
Una discreta luce nell’ambiente permetteva di non essere nell’oscurità e le permise di guardarsi e di rimanere stupefatta.

Non indossava più nulla dell’abbigliamento militare del giorno precedente o, comunque, del momento precedente allo svenimento, ad eccezione forse delle calze di spugna che aveva in dotazione.
Niente giubbino antiproiettile, niente zaino, niente pantaloni coi tasconi ma, soprattutto, notò proprio l’assenza di un abbigliamento nella parte inferiore del suo corpo.
Dopo essersi abituata un minuto a quella luce soffusa ed essersi osservata nei limiti del possibile, sobbalzò quando si vide riflessa in uno specchio posto proprio difronte a lei.
Non credeva alle coincidenze o al caso, sapeva che qualcuno le aveva lasciato uno specchio lì per un motivo.
Si guardò allo specchio, così seduta com’era con faccia sorpresa, incredula.
Il suo nuovo “abbigliamento” era veramente minimal…c’era quello che rimaneva della sua maglietta bianca che a stento le copriva il seno.
Le avevano tolto anche il suo reggiseno contenitivo a top e questo le aveva creato un sentimento di rabbia, essendosi sentita toccata, vista e subito chissà che cosa mentre lei non era cosciente.
Ma la vera rabbia e paura vennero fuori quando allo specchio riuscì ad inquadrare la parte di sotto del suo “abbigliamento”.
Portava solo una mutandina bianca del tipo quasi trasparente, che doveva essere almeno un paio di taglie più piccole della sua taglia (e non aveva di certo un culone). Quasi una misura da bambina/adolescente.
Quello che poteva sembrare un collare di cuoio completava gli accessori indossati della giornalista.

Si sentiva così costipata lì sotto, sentiva qualcosa che non andava, provava dolore.
Decise di scendere piano piano con la schiena e di allargare le gambe per vedere cosa non andava.
Non era sufficiente, così armeggiando con la schiena e con le gambe riuscì a girarsi completamente e trovarsi piegata a 90 gradi di spalle allo specchio.

Le mutandine che portava coprivano ben poco del sedere e notò da subito un piattello nero che fuorisciva, che era ben visibile al di fuori degli slip.
Qualche bastardo le aveva messo un plugin anale durante il suo svenimento e questo creò paura in Sara, non sapendo se qualcuno fosse andato anche oltre e l’avesse violentata. Anche lì davanti, nella sua zona intima, sentiva una presenza estranea, un pizzicotto, ma le fu impossibile capire cosa fosse.
Anche muovendo le braccia a stento riusciva a sfiorare lo slip posteriormente, non poteva far nulla per liberarsi da quegli impedimenti ed imprecò.

Una lacrima le solcò il volto, ma almeno non era bendata, non era imbavagliata ed aveva le gambe libere. Subito pensò che forse l’avevano lasciata lì e, con un po’ di fortuna, sarebbe riuscita ad uscire da quella stanza e chiedere aiuto.

Nonostante un po’ di fatica e dolore dato da quell’oggetto piantato nel suo sedere, con qualche manovra riuscì a mettersi in piedi.
L’ambiente era umido e freddo, ma fortunatamente non era completamente scalza e dopo pochi metri trovò quello che sembrava un portone socchiuso.
Armeggiando un po’ con la schiena e con le mani riuscì ad aprire la porta; un corridoio spoglio con una serie di porte laterali si presentò davanti a lei.

Camminando lentamente ed attentamente provò ad aprire le varie porte tramite i pomelli. Le trovò tutte chiuse ad eccezione dell’ultima.
Non vedeva altre opportunità se non entrare in quell’ambiente, nel resto dello spazio osservato non aveva trovato un’anima viva.
La stanza che si presentava oltre la porta sembrava ancora più scura della stanza dove si era svegliata. Chiuse lentamente la porta ed andò alla ricerca di un interruttore o almeno un punto luce sforzandosi di guardare nella profondità dell’oscurità.

Superato un ingresso buio si trovò quello che poteva essere una sorta di ambiente aperto. La stanza principale si presentava spoglia, c’erano solo sedie,
tavoli e quelle che sembravano tubature dell’acqua mezze montate ed in bella vista. Una scala e diverse corde completavano l’ambiente.
C’era anche una vecchia sedia poltrona, del modello ancora presente in diverse attività di parrucchiere.

Camminando si trovò due porte davanti: la prima era completamente chiusa e, con le braccia bloccate, non potè far nulla per forzarla.
L’altra porta, più angolata, non sembrava chiusa, era aperta per cinque centimetri almeno. Tese l’orecchio ed un rumore di motore elettrico si sentiva in lontananza, accompagnato da quello che potevano essere di lamenti….di persone o a****li era difficile dirlo.

Poteva tornare indietro o poteva provare a capire cosa ci fosse lì. L’istinto da reporter la spinse ad indagare, a capire se c’era qualcosa o qualcuno che potesse essere utile.
Con il piede destro riuscì ad allargare l’apertura della porta ed entrare. La stanza sembrava continuare in fondo a destra, almeno da lì notava le luci.
Arrivata alla svolta, Sara rimase inebetita difronte alla scena che trovò.

Piegata a novanta gradi c’era una donna con braccia e gambe bloccate su una sorta di cavalletto. Le braccia erano bloccate in apertura alare orizzontale su una tubatura leggermente rialzata. Le gambe aperte ed i piedi erano legati in tre punti ai poggiaterra di questo cavalletto. La donna era poggiata su una sezione di pelle che sorreggeva la sua pancia, lasciando il suo seno cascare al di fuori in bella mostra.
La donna portava praticamente due stracci di una divisa addosso nella parte superiore; nella parte inferiore era praticamente nuda.

Avvicinandosi con estrema lentezza, Sara capì i rumori di motore elettrico. In corrispondenza della parte posteriore della donna, c’era un apparecchio con due lunghe aste. Una puntava nel sedere della donna, l’altro nella sua vagina. Da quello che era possibile vedere erano due falli che riempivano gli orefizi
della donna vibrando e producendo un ronzio elettrico con un ritmo lento ma perpetuo.

I lamenti della donna fecero rinvenire Sara che era rimasta senza parole a quella vista. La donna era un continuo movimento..testa, seni, corpo, sedere, si muovevano come se presi da scosse e movimenti saettanti. Sara non riusciva a pensare cosa stesse provando quella donna con quegli aggeggi, ma ci impiegò diversi minuti prima di muoversi, restando a fissare la scena e vedendo i movimenti rotatori dell’attrezzo nella donna.

Il pavimento era tappezzato di cartoni e – proprio sotto la donna – le colorazioni del cartone presentavano diversi schizzi più scuri.
Gli attrezzi avevano sicuramente procurato un effetto sulla donna e Sara si sorprese di quanto il cartone fosse coperto di gocce e dispersioni scure là sotto.
Quella donna stava godendo in maniera massiccia colando umori e l’unica domanda di Sara, in cuor suo, fosse da quanto tempo la donna fosse in quello stato emotivo.

Sara ci mise poco a realizzare che la donna difronte a lei era la stessa che aveva visto prima di svenire, la donna seviziata da quell’uomo in vestito bianco.
Rabbrividì pensando che quella donna potesse essere così tormentata in maniera ininterrotta dalla precedente occasione.

Sarà cercò piano piano di farsi avanti, la stanza era vuota pertanto si avvicino alla donna ansimante, toccandole la testa con una leggera carezza.

La donna era così presa da quella situazione di stress e tormento che sobbalzò al tocco di Sara. I grossi boccoli castani quasi risaltarono in aria.
La testa, fino a quel momento abbassata, si alzò di s**tto, quasi ferocemente verso Sara, nonostante fosse imbavagliata e non potesse urlare contro nessuno.

Un nuovo brivido colpì Sara. Conosceva quella donna, conosceva quel militare, conosceva il Maggiore donna Smith del battaglione alleato.
Quella donna le aveva anche erogato un corso di sicurezza qualche mese prima, ma soprattutto di quella donna e della sua squadra non si avevano più notizie da almeno due settimane. L’angoscia e la paura prevalsero nel viso di Sara, mentre cercò di accarezzare il volto della donna che – quasi per pudore – abbassò di nuovo lo sguardo, non mantenendo il contatto coi suo occhi.

Di quella donna così solare, battagliera ed energica non era rimasto che un cencio di donna imbavagliato ed incatenato, mosso solo da stimoli esterni piantati nei suoi orefizi.
Sara provò con le mani a togliere il bavaglio alla donna anche se non fu impresa semplice; dovette passarle davanti, mostrandole completamente il sedere ed avvicinandosi a lei nel tentativo di prendere il bavaglio. Più volte nella manovra il viso della donna colpì i glutei e l’arnese piantato in Sara,
lasciando in Sara ambigue sensazioni.
Dopo diversi tentativi e tanta fatica, Sara riuscì finalmente ad abbassare il bavaglio della donna che scese sul collo.
“Pompino acqua, per piacere pompino acqua sete”. Frasi sconnesse uscirono dalla bocca della donna.

Quegli occhi così marroni in quell’aspetto così mediterraneo che avevano fatto crollare diversi uomini al solo sguardo per cotanta bellezza, avevano perso ogni forma di lucentezza e guardavano Sara con forma inespressiva.
Sara cercava di interpretare la richiesta della donna che continuava ad ansimare; avendola vista sempre in divisa e giubbino antiproiettili, non si era mai accorta di quanto fosse prosperoso e grosso il suo seno. I capezzoli sembravano spuntoni pronti ad esplodere in mezzo a grosse areole marroni.

Si girò cercando una fonte di acqua, non capendo cosa c’entrasse un pompino, ma probabilmente aveva frainteso dato lo stato della donna.
Nessun lavandino, nessuna pompa d’acqua, nessuna bottiglia sembravano essere presenti nelle vicinanze.

Sara era girata di spalle ed era così concentrata che sobbalzò quando nell’oscurità sentì pronunciare il suo nome. Mancò poco che finisse per terra con il cuore che pompava a tremila. Una luce si accese, rendendo l’ambiente meno spettrale. Visualizzò una donna affianco all’ingresso che passo passo si avvicinò a
lei con fare rilassato e sorridente.

“Ciao Sara, finalmente ti sei svegliata. Benvenuta nella tua nuova casa. Vedo che avete già fatto le presentazioni”.

La donna aveva il suo stesso accento e tratti molto simili a lei. Aveva profondi occhi azzurri e lunghissimi capelli rossi raccolti in una treccia che portava alle spalle. Una maglietta nera abbondantemente scollata metteva in mostra quelli che dovevano essere due bei seni, abbinata ad un pantalone
cachi strappato, che mostrava parti di nudità, con le tasche ed alcuni oggetti attaccati.
Le sembrava poco alta di lei; nel complesso una donna che non sarebbe passata inosservata.
In un altro contesto l’avrebbe scambiata per una moderna eroina dei fumetti o di film fantasy.

Sara rimane immobile a fissarla indecisa su cosa fare.
Fece un paio di passi indietro per rendersi meno visibile alla luce e, dopo un attimo di esitazione, pensò di girarsi per darsi alla fuga notando un’altra porta alla sua sinistra, in un ingresso che non aveva però ancora ispezionato. Era una mossa estrema.
Il tentativo si rivelò vano; un attimo dopo aver varcato l’ingresso buio si sentì schiantare letteralmente contro un muro umano cadendo rovinosamente per terra, senza un minimo appoggio. Un uomo era rimasto a spiarle per tutto il tempo in religioso silenzio a pochi metri di distanza.

L’omone la prese per i capelli e la riportò in piedi senza grossi complimenti. Sara senza l’uso delle braccia era caduta sulla spalla sinistra sentendo peraltro un forte dolore nella zona anale quando aveva battuto il sedere. Le mancava l’aria, non riusciva a tenere le gambe completamente chiuse e ferme.

Il tizio – un armadio color ebano con due spalle infinite che doveva essere alto almeno 1,90 m – le mollò una sculacciata sonora sulla chiappa destra spingendola e tirandole i capelli, avvicinandola verso la donna che intanto si era messa a sorridere.
Sara si sentiva un burattino in quella situazione e – dolore a parte – non potè far altro che camminare sentendo il sedere in fiamme.

“Buongiorno Sara, dormito bene? sono contenta di vederti” – riprovò la donna.
“L-l-lasciatemi stare….chi diavolo siete voi? Ehi tu non toccarmi i capelli” – partì in risposta Sara.
“Wow signorina, come siamo aggressive oggi…non ti hanno insegnato a presentarti in presenza di nuove persone?” rispose la donna e quasi in contemporanea l’uomo le lanciò un’altra sculacciata a centro sedere, premendole il plugin ancora più internamente, mentre Sara si piegava per il dolore lanciando un gridolino strozzato.

La donna si avvicinò fino a due passi da Sara, accarezzandole con il dorso di una mano il viso. “Liberale le mani” ordinò e l’uomo – un po’ grugnendo in segno di disapprovazione – iniziò a slegare i lacci che avevano menomato Sara sinora.
Sara ansimò e quasi iniziò un pianto liberatorio quando riprese possesso delle sue braccia. Rimane un minuto leggermente piegata a fare esercizio e riprendere confidenza coi movimenti; troppo tempo le braccia le erano rimaste bloccate e voleva ritornare padrona di se stessa.

Si sentiva un po’ meglio, ferita nell’orgoglio, trattata da bestia, era pronta nella sua azione, divaricando leggermente le gambe per essere più in posizione.
Si rimise in posizione eretta piano piano e – nell’istante in cui si trovò a guardare la donna – la sua mano partì lanciandole un sonoro ceffone in faccia.
Contestualmente si girò e sferrò una ginocchiata in mezzo alle gambe dell’uomo che vacillò immediatamente.

Entrambe le persone nella stanza erano cadute per terra e Sara capì subito che era il momento di scappare…ora o mai più. Iniziò a correre verso l’ingresso che aveva varcato inizialmente, un po’ menomata nella corsa dall’affare nel sedere, ma pronta a vendere cara la pelle.

Aveva percorso pochi metri quando una scarica elettrica piombò sulle sue parti intime quasi paralizzandola. Una seconda scarica la lasciò in ginocchio.
La terza scarica la lasciò per terra con le gambe aperte a boccheggiare ed ansimare ad alta voce.

Nel momento in cui aveva visto la donna scura in volto avvicinarsi con un telecomando in mano aveva capito cos’erano quei pizzicotti che aveva sentito nelle parti intime al risveglio. Non solo le avevano ficcato un plugin nel sedere, ma si erano anche divertiti ad inserirle degli elettrodi sulle grandi e piccole
labbra. La donna si avvicinò continuando a regolare il telecomando. Scariche in alternanza colpivano le intimità di Sara che era bloccata e non poteva far altro che contorcersi. Quello che inizialmente era stato dolore puro, ora iniziava a trasformarsi in ondate di calore, di gambe un po’ più aperte e di chiappe più strette nonostante l’arnese inserito.

La donna era abilissima nella sua azione e Sara iniziò ad ansimare più per il piacere che per il dolore, incapace anche di piegarsi per arrivare agli slip e porre fine all’agonia. La donna si avvicinò scura in volto, con un strano ghigno, e – mentre Sara si contorceva – lei approfittò per tirarle i capezzoli senza
la minima delicatezza con la mano libera dal telecomando.
Dopo alcuni minuti di scariche e con ormai Sara al limite dell’ennesimo orgasmo ricevuto, la donna diede tregua alla giovane giornalista distesa per terra.
La parte davanti della mutandine di Sara era un lago, una grossa chiazza era ben visibile su quel bianco trasparente.

La donna diede le spalle a Sara andando a sincerarsi delle condizioni dell’omone ora seduto per terra. Gli si avvicinò, l’accarezzò con fare quasi materno e poi allungò una mano sul pube dell’uomo. La mano giocò un pochetto con l’orlo dei pantaloni, prima di entrare negli slip dell’uomo e cominciare un sensuale massaggio.
Allentato il dolore, l’uomo si alzò andando a prendere dell’acqua che versò sul viso e sulle labbra del maggiore Smith ancora piegata, priva di forze.
Anche Sara nel frattempo aveva recuperato un minimo dai dolori e dagli orgasmi ripetuti, massaggiandosi la zona pubica ma incapace di rialzarsi.

Tornò a posare lo sguardo sul maggiore Smith; l’omone le aveva preso i capelli imponendole di alzare la testa e forzandola a praticarle un pompino.
Come un automa, la donna aveva aperto la bocca e preso il grosso arnese nero offerto dall’uomo.
L’uomo alternava il pompare la bocca della donna con lo strusciare il suo membro in mezzo ai grossi seni della donna.
Sara guardava l’uomo spingere la donna verso il suo membro ma, senza prestare attenzione, aveva preso a massaggiarsi la zona pubica con lo stesso ritmo con cui l’uomo pompava la bocca della donna, abbassando l’incedere del suo respiro. Sembrava ipnotizzata.

La donna con la treccia nel frattempo si era riavvicinata a Sara. “Tesoro mio, vedo che siamo partite con il piede sbagliato, ma penso che tra poco imparerai le buone maniere da schiava” e mollo’ un ceffone alla giornalista, rendendole il favore.
“Io comunque sono Miss Samantha e da oggi seguirai le mie istruzioni, ti addestrerò come si conviene.”
Sara sembrò barcollare ma non ebbe il tempo di reagire che la donna la prese per i capelli tirandola a carponi verso di se.
Al tentativo di reazione di Sara, la donna partì con una nuova scarica nelle parti intime di Sara, facendola nuovamente crollare.

Sara fu presa per il collare che indossava, come un cane, e tirata in direzione dell’omone che continuava a pompare il maggiore.
Per non essere trascinata, Sara dovette tenere il passo camminando a carponi con la donna.

Alla vista della giornalista, l’omone lasciò il maggiore e si diresse verso di lei, tirandole i capelli e spingendole la testa verso il pavimento.
Così piegata, con il sedere in alto, le blocco’ la vita con le sue gambe, portando le mani agli slip.
Un unico movimento coordinato delle mani fu sufficiente a strappare letteralmente il leggero tessuto delle mutandine di Sara.
Il sedere della giornalista sembrò esplodere per come era stato compresso in quegli slip così stringenti. Solo il rotondo piattello nero del plugin nella donna faceva capolino.
L’omone, con un cenno di sorriso, senza cambiare posizione, cominciò a sculacciare pesantemente Sara su entrambe le morbide e tonde chiappe.
In pochi minuti il sedere della donna era in fiamme, con Sara incapace del minimo movimento.

Alla fine l’uomo, soddisfatto del suo lavoro, si spostò da Sara, lasciandola per terra dolorante a soffrire con la passera che perdeva ancora umori per gli ultimi orgasmi ricevuti.

“Come ti senti Sara? Hai goduto abbastanza finora o vogliamo continuare? Ti sta piacendo vedere la nostra amica usata da Amir come ti piaceva ieri?” sentenziò la donna con un sorriso sulle labbra.
Sara sbigottita rispose “Ma di che costa parli? Liberate quella povera donna!”

Con atteggiamento scenografico, Miss Samantha tirò fuori dai tasconi un piccolo tablet porgendolo a Sara e premendo l’inizio di un video.
Il video riprendeva Sara che puntava il binocolo in direzione della telecamera, sul palazzo quindi, dal suo arrivo fino alla sua cattura.
Per tutto il tempo era stata filmata, avevano saputo che era lì fin dall’inizio.
Ma soprattutto per tutto il tempo avevano visto la sua reazione alla violenza sul maggiore Smith. Più volte aveva cambiato posizione, più volte la si era vista fissa a guardare un punto e Sara era rimasta scioccata vedendosi addirittura toccare le parti intime mentre era lì nascosta.
Il suo viso diventò subito paonazzo facendo quasi cadere il tablet per terra.

“Ci siamo accorti della tua presenza ed abbiamo voluto regalarti uno spettacolino…ma non ci aspettavamo che avresti così gradito. Il Padrone ringrazia.”
continuò Miss Samantha. “Appena sarai pronta, non vedrà l’ora di fare la tua conoscenza e testarti di persona. Il maggiore Smith è stata ormai usata abbastanza, serve carne fresca”.

A queste parole Sara rabbrividì e si rannicchiò involontariamente quasi a coprirsi, mantenere vicino la sua dignità di donna e non di pezzo di carne da usare.

“Il maggiore Smith sarà qui in questo periodo per insegnarti tutto quello che ha imparato su come essere schiava ed accontentare il suo padrone, rendendogli
riconoscenza per il trattamento e le attenzioni ricevute” proseguì indicando la donna a pecora ormai senza forze.

Amir, che ne frattempo aveva liberato il maggiore Smith da quegli attrezzi infernali, quasi a voler dar prova delle qualità della donna, si avvicinò a lei prima accarezzandole le natiche, poi strusciandosi a lei e poi inculandola con un colpo secco. Ormai la donna era così aperta che il suo orefizio anale non
mostrò la minima resistenza accogliendo il pur possente membro nero nelle sue pareti.

L’uomo alzò il ritmo sin da subito ripetendo impalate lente ma profonde ma con ritmo regolare. La donna ormai aveva imparato a non urlare più da tempo, ormai ansimava solo in quei momenti in cui era ancora capace di provare piacere dopo ripetuti e ripetuti orgasmi quotidiani. L’uomo nel suo agire sicuro, sgrillettava anche la vagina della donna che di tanto in tanto stringeva ancora di più le chiappe sull’arnese dell’uomo.

L’uomo – vicino all’orgasmo – dopo l’ennesima pompata – si staccò dalla donna avvicinandosi a Sara.
“Apri bocca” disse e Sara – di rimando – quasi si allontanò di lì. Fu fermata da Miss Samantha che la prese per i capelli, bloccandola e mettendosi alle sue spalle, puntandole la sua faccia verso il grosso membro dell’uomo.
Dopo altre due smanettate, l’uomo esplose in una fragorosa eiaculata andando ad inondare il volto di Sara che urlò di stupore per il momento così inatteso.
Un bagno di seme inondò la giornalista, che fu colpita al volto, sugli occhi, sul petto, con parte dello sperma che le finì anche in bocca.

Sara non era un amante dell’ingoio, ma le era capitato di dover ingoiare parzialmente il seme di un uomo, specie in eiaculazioni troppo improvvise. Ma mai si era
trovata davanti ad una gettata tanto potente e copiosa che le aveva fatto il bagno.
Miss Samantha si staccò da Sara, ormai era inondata di sperma, ammonendola in malo modo dallo sputare per terra, ed afferrò decisa il membro di Amir,
ciucciandolo e pulendolo per bene, lavorando con precisione e quasi adorazione verso quel membro.
Sara invece si ritrovò a prendere fiato e a rendersi conto della sua situazione. Non aveva fazzoletti, non aveva nulla con cui pulirsi se non leccare o asciugarsi alla maglietta. Cercò di inghittiore il meno possibile e cercò di res****re allo sputare per terra; temeva altre punizioni da parte della donna.

Con quello che restava della maglietta, ed ormai avendo perso parte del pudore, sollevò la parte di tessuto cercando di pulirsi alla meno peggio e lasciando in bella mostra i rotondi seni con i capezzoli color rosa che svettavano verso l’alto.

Amir e Miss Samantha si alzarono e slegarono la ormai quasi svenuta donna dal cavalletto poggiandola per terra e legandole entrambe le mani.
Anche a Sara fu riservato lo stesso trattamento. Presa per i capelli, ancora con diverso sperma in faccia ed addosso, con la maglietta ancora tutta sollevata, fu portata sull’altra parete e legata con le mani alla tubatura lì presente.

Entrambe le donne furono lasciate al buio con i due seviziatori che lasciarono la stanza alle loro spalle.

continua…

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