Naty

admin   10 febbraio 2017   Nessun commento su Naty

Natasha veniva torturata con impressionante regolarità, sembrava che i suoi aguzzini timbrassero
il cartellino: mattina, pausa pranzo, pomeriggio.
Ogni giorno la portavano dalla sua cella nella torre al sotterraneo, la legavano completamente
nuda, le mettevano la classica pallina rossa, la bendavano, poi la lenta tortura iniziava.
Tutte le altre prigioniere potevano sentire le urla provenire dal sotterraneo, mentre erano nelle
loro celle senza porte ma con sbarre d’acciaio.
Il sotterraneo era perfettamente attrezzato con tutto l’occorrente: corde, cinghie e legacci
di cuoio, bende, cappucci, elettrodi, candele, anelli saldamente fissati alle pareti e al soffitto,
fruste, oggetti per la penetrazione, bastava avere fantasia e crudeltà e si poteva convincere
qualsiasi ragazza a fare il lavoro che almeno inizialmente si rifiutava di fare.
Tutte o quasi. Qualcuna per la verità non aveva mai accettato ed era stata eliminata, la maggior
parte però resisteva alle torture solo qualche giorno.
Dopo aver implorato di smettere ed aver accettato di fare qualsiasi cosa, ogni ragazza veniva
torturata un ulteriore giorno, per ricordarle che bisognava rigare dritto per essere sicure
di avere una vita tranquilla.
La vita dopo questo primo incontro con la banda proseguiva molto meglio, dopo un po’ le ragazze
facevano l’abitudine ad essere delle donne oggetto per ricchi facoltosi.
Ogni giorno venivano scortate fino alla casa del cliente di turno, lì erano a completa disposizione,
era permesso tutto tranne ferite che lasciassero segni, per evidenti ragioni commerciali:
una ragazza di quel tipo valeva una fortuna. Di solito andava piuttosto bene, nel senso che venivano
torturate con un certo sfondo erotico e riuscivano a sopportare meglio il dolore e tutto finiva
con un orgasmo.
Natasha era diversa, non accettò mai di fare “il lavoro”. Il boss non la fece eliminare perchè
non aveva mai visto una ragazza così, il motivo ufficiale con i suoi scagnozzi era che il
valore di quella ragazza era di gran lunga superiore alle altre. In realtà era rimasto colpito
dalla sua bellezza e dalla perfezione del suo viso e del suo fisico.
Non andò mai a vedere le torture e diede ordine ai suoi di non sfogarsi sessualmente su di lei.
Potevano farle qualsiasi cosa per convincerla, ma non penetrarla o farle succhiare i loro cazzi
o ingoiare il loro sperma.
I ragazzi obbedirono agli ordini, era troppo pericoloso trasgredire anche minimamente, avevano
già visto molti morire per molto meno.
Natasha resisteva, urlava sì, ma non si piegava. La maggior parte delle altre ragazze si tappava
le orecchie per non sentire quelle urla strazianti, pensando alle torture subite solo per qualche
giorno. Non riuscivano a capire come facesse a res****re da più di 5 mesi. Quando potevano
le parlavano da una cella all’altra cercando di farla des****re, lei non rispondeva neppure.
Della sua voce conoscevano solo le urla soffocate dai bavagli o dalla museruola.
Qualche ragazza più perversa riusciva anche a masturbarsi sentendo quelle urla e chiedeva anche
di poter ass****re alle torture, il boss non acconsentì mai, anzi, non si sarebbe mai scordato
i nomi di quelle troiette sadiche che chiedevano di giocare con la sua Natasha.
Dopo 6 mesi il boss decise che era giunto il momento di una decisione, non potevano sprecare
tempo all’infinito dietro ad una ragazza così cocciuta. La fece trascinare nel suo “ufficio”,
un luogo che era un incrocio tra un ufficio, una camera da letto ed una sala torture attrezzata
quasi come il sotterraneo.
Lei era in condizioni pietose: ematomi dappertutto, scottature, faceva fatica a muoversi sia
per i dolori che per la fame e la sete. Il boss cominciò descrivendole la sua situazione attuale:
“Natasha, guardati! Guarda come è ridotto il tuo corpo perfetto! Ti stiamo torturando da 6 mesi
tutti i giorni, ormai abbiamo accettato di non poterti sfruttare come troietta di lusso, anche
perchè sarebbe molto pericoloso farti uscire. Le altre sono facilmente domabili con la tortura,
tu invece… La tua alternativa ora è la morte, come quelle che si sono rifiutate di lavorare
per noi, oppure essere la mia schiava personale. Ti lascio tutta la notte per decidere,
ci vediamo domani per la tua risposta.”
I ragazzi la trascinarono via. Il boss cercò di intuire una risposta, un cenno di Natasha.
Lei non fece niente, o aveva già deciso oppure era ormai incosciente o impazzita per quella
impressionante serie di torture.
La notte fu interminabile, il boss sperava che Natasha accettasse, cercava di ricordare il suo bel
viso prima delle torture, sapeva che sarebbe guarita in un paio di settimane e poi sarebbe stata sua.
Si disse che poteva averla anche senza il suo consenso, ma voleva utilizzarla anche come segretaria
sexy, sarebbe stato fantastico esibirla con i suoi loschi soci in affari, farsi servire i cocktail
in abitini mozzafiato. E poi quando erano soli poteva aprire la finta parete dell’ufficio
ed attuare su di lei ogni sua fantasia sado-maso.
Natasha da parte sua aveva deciso proseguire fino in fondo con i suoi NO. Ne aveva detti a migliaia
in quei sei mesi, uno in più o in meno non avrebbe fatto differenza. Aveva detto no ad essere schiava
dei clienti del boss, doveva dire no anche ad essere schiava del boss stesso, che differenza c’era?
La morte non era peggio di quello che aveva passato, non vedeva altra via d’uscita, tanto valeva
farla finita.
Il mattino seguente i ragazzi trascinarono la ragazza ai suoi piedi. Lei giaceva immobile,
appoggiata sul fianco e la spalla, i polsi legati con una corda bianca, uno straccio in bocca e
la museruola con la pallina. Era nuda, le cosce unite, le gambe piegate, i grossi seni nascosti
dalle braccia.
Il boss vedendola con lo straccio in bocca sospettò qualcosa. Così le urla non potevano uscire.
Forse qualcuno dei ragazzi l’aveva torturata durante la notte.
Le chiese con calma se era stata torturata quella notte, lei fece un leggero cenno di sì.
A quel punto uno dei ragazzi cominciò ad implorare pietà al boss, non servì a niente, con un secco
ordine lo fece portare via, tutti sapevano la lenta e dolorosa fine che avrebbe fatto e nessuno
lo vide più.
Natasha mosse impercettibilmente la bocca in un sorriso, forse c’era via di scampo, forse si poteva
fare breccia attraverso il boss per guadagnasi la libertà.
Il boss fece uscire tutti, le chiese scusa per quell’ultima notte, come se i 6 mesi di torture
precedenti fossero dovuti. Le mise dei braccialetti e delle cavigliere d’acciaio chiusi da piccoli
lucchetti ed un collare d’acciaio alto 4 dita. Ognuno aveva alcuni anelli per attaccare corde o catene.
Le tolse museruola e bavaglio, dopodiché le disse: “Ora puoi decidere di morire o vivere come
mia schiava e chiamarmi per sempre padrone.”
Natasha rispose a bassa voce:”Voglio vivere e basta, padrone del cazzo” e gli sputò in faccia.
Aveva capito che lui non l’avrebbe uccisa e lo sfidava apertamente.
“Brutta troietta, la prima cosa che imparerai sarà la posizione della punizione. Avrei voluto
lasciarti un paio di settimane per guarire completamente, prima di giocare con te, ma hai bisogno
di una bella lezione”.
La legò fronte al muro, in ginocchio, i polsi ed i gomiti uniti, legati al muro, gli avambracci
verticali ed i gomiti all’altezza delle spalle. In quel modo i grossi seni erano accessibili
ed avevano una forma che gli piaceva molto, erano uniti e rotondi.
Per costringerla ad inarcare la schiena e mettere in mostra il culetto sodo, le infilò un uncino
d’acciaio nel culo con una pallina al posto della punta. Legò l’estremità dell’uncino al collare
e mise in tensione la corda. Le mise anche un attrezzo per tenere la bocca aperta e lo collegò
all’uncino, in questo modo la testa era rivolta all’indietro. Mise due bastoni tra le ginocchia
per tenere aperte le coscettine affusolate e fece altrettanto per le caviglie.
In quella posizione Natasha poteva subire qualsiasi cosa il boss volesse. Era perfettamente
immobilizzata, lui poteva frustarla sulle natiche, sulla schiena, sulle cosce, sulla pancia, sui seni.
Poteva farle ingoiare il suo sperma o chiamare tutte le sue troiette per pisciarle in bocca.
Poteva applicarle pinzette, elettrodi, o infilarle qualsiasi cosa in mezzo alle gambe.
L’unica consolazione per lei era che il buchetto dietro era già occupato, ma non era molto confortante.
Il padrone si spogliò e si inginocchiò dietro di lei, sentiva l’uccello appoggiato sul suo culetto.
Le prese i capezzoli tra le dita e iniziò a massaggiare, sempre più forte, sempre più forte.
Natasha resisteva, non un grido, non un gemito.
Il padrone aumentò la forza e iniziò a strizzare entrambi i capezzoli tra indice e pollice.
L’occhio di Natasha si inumidì, poco dopo le scappò un gemito. Stava cedendo. Il padrone era sicuro
di poterla dominare, smise di strizzarle i capezzoli.
Lei si meravigliò, bastava un gemito per farlo smettere? Era già soddisfatto? Il suo uccello era ancora
duro, lui si stava masturbando, lei sapeva che fino all’orgasmo non avrebbe smesso.
Infatti lui si alzò e prese una frusta e iniziò a colpirla sul culetto. Lei sentiva dolore, aveva
ancora tutti i dolori ed i lividi delle torture passate. Ad ogni colpo Natasha irrigidiva tutti
i muscoli, soffrendo in silenzio, riusciva a sopportare il dolore, tratteneva il gemito che forse
avrebbe posto fine alla sofferenza, sperando che il padrone si masturbasse fino all’eiaculazione,
probabilmente l’avrebbe rimandata nella cella soddisfatto.
Lui invece smise di masturbarsi e continuò a frustarla. Quando il culetto fu completamente rosso
e la pelle iniziò a lacerarsi passò alla schiena. Quanto avrebbe resistito lui? E lei? Doveva farlo
godere per avere tregua per almeno qualche ora, forse un giorno. Il suo cervello lavorava
febbrilmente per trovare una soluzione. Se avesse emesso un gemito, un segno di resa lui forse
avrebbe cambiato gioco, non l’avrebbe certo lasciata andare. Ed il gioco successivo poteva essere
peggiore. Il padrone aveva ormai frustato tutta la schiena e le cosce.
Quando passò alle grosse tette, Natasha decise che era il momento di cedere, sia chiaro, al solo
scopo di portarlo all’orgasmo e fare breccia nel suo cervello, era convinta che avrebbe conquistato
la sua fiducia fino ad avere una via di scampo. Si lasciò frustare alcune volte, anche sui capezzoli
e poi lanciò un gemito implorante. Lui smise di frustare ed accelerò la masturbazione, sembrava fatta.
Lui però si fermò in tempo. Per lei non era ancora finita. Le infilò una mano da dietro.
Il dito medio scorreva sull’uncino d’acciaio e poi tra il buchetto occupato dal gancio e la fichetta.
Non era bagnata. “Ehi troietta! Non sei bagnata? Ora ti faccio bagnare ed implorare di farti godere.”
La accarezzò per un po’ scorrendo il dito medio al centro della fessura e le altre dite ai lati.
Lei pensava a qualsiasi cosa per non eccitarsi, le torture passate, qualsiasi cosa ma non doveva
concentrarsi sulla sua mano che la masturbava.
Quando pensò alle torture che stava subendo in quel momento però qualcosa si incrinò nella sua
volontà. I capezzoli martoriati le bruciavano ma il dolore le piaceva, il bruciore sul culetto ed il
gancio che spingeva dentro di lei la fecero eccitare. La fichetta si bagnò, prima poco, poi divenne
un lago. Il padrone continuava a masturbarla con maestria.
La portava vicino all’orgasmo e poi rallentava, e faceva lo stesso con il suo grosso uccello.
Lei era eccitatissima, quando lui smetteva lei gemeva arrabbiata. “Basta implorare per godere…”
Lei non lo fece mai. Alla fine il padrone non ce la fece più e scoppiò in un tremendo orgasmo.
Venne in un bicchiere e le fece bere lo sperma lentamente facendolo gocciolare nella bocca tenuta
spalancata dall’attrezzo d’acciaio, poi glielo tolse.
“Ora vado a farmi una bella doccia, se hai bisogno di qualcosa, tipo un orgasmo, chiamami…”
La lasciò legata in ginocchio con le cosce aperte ed il culetto all’insù, le braccia unite legate
al muro. Almeno poteva tenere la testa dritta. La partita non era finita. Quale era il limite di
quell’uomo? Poteva avere molti orgasmi prima di essere completamente appagato? Bastava implorare di
poter godere e sarebbe finita? O avrebbe svenduto il suo onore per niente? Aveva resistito a cose
molto peggiori. Natasha ebbe una buona mezz’ora di tempo per decidere, poi il padrone tornò.
Iniziò a masturbarla ancora, portarla ad un passo dall’orgasmo e smettere. Questo la faceva
impazzire, non le avevano fatto questo genere di cose durante le lunghe torture. I suoi ragionamenti
sulla psicologia del suo aguzzino si facevano sempre più confusi. Doveva res****re fino ad un suo
nuovo orgasmo? Doveva far finta di godere? Se ne sarebbe accorto? Non capiva più niente, poi un
pensiero riuscì a sfuggire dal suo controllo, uscì dalla bocca senza che nemmeno se ne accorgesse:
“Voglio godere!” Era successo davvero? Aveva detto quella frase?
“Ehi troietta tu non puoi volere niente, tu devi implorare per avere un orgasmo e subito prima di
averlo devi chiedere il permesso di godere.” Sì, l’aveva detto e lui aveva subito raccolto la palla
al balzo. Con la mano destra la masturbava da dietro, con la sinistra riprese a stuzzicarle i
capezzoli. Lei si lasciò andare del tutto: “Fammi godere!”.
“Questo suona ancora come un ordine e tu non sei nelle condizioni di ordinare niente a nessuno!”
“Se mi fai godere ti faccio un pompino…”
In un estremo tentativo di resistenza stava tentando di raggiungere la parità, uscire senza sconfitta
da quella prima sessione di addestramento.
“No cara, devi implorare, scongiurare, pregare, devi umiliarti per avere questo orgasmo, fino ad ora
non mi sembra che lo desideri molto!”
Le sembrava di essere al limite, lo desiderava più di ogni altra cosa al mondo.
Il suo cervello non ragionava più, le parole uscirono ancora da sole:
“Ti prego fammi godere.”
E lui: “E imploro e scongiuro, ecc, ecc?”
Il padrone sembrava divertirsi molto con questo stupido giochetto, lei si arrabbiò, doveva scendere
ancora più in basso per poter godere.
Intanto lui smetteva sempre nei momenti giusti, subito prima dell’orgasmo.
Doveva riuscire a nascondere l’arrivo dell’orgasmo e godere senza il suo permesso, ma non ci riusciva.
In quella posizione non poteva nemmeno strusciare le cosce l’una con l’altra, non poteva godere da
sola. “Ti imploro, ti scongiuro, ti prego, fammi godere.”
“E chi sei per chiedermi questo?”
Cosa voleva dire? Ormai non ragionava più, cosa doveva dire?
Ripeté meccanicamente la stessa frase: “Ti imploro, ti scongiuro, ti prego, fammi godere.”
E lui ancora “E chi sei per chiedermi questo?”
Forse aveva capito… “Sono la tua schiava.” “Continua, stai andando bene…”
“Sono la tua troietta in calore.”
Non bastava ancora… La sua mano si muoveva nelle sue grandi labbra, sapeva esattamente cosa fare,
le dita entravano nella fichetta dilatandola dolcemente poi scivolavano tutto intorno.
Stava impazzendo, decise di lasciarsi andare completamente, forse avrebbe goduto solo a sentire
le proprie parole: “Sono la tua troia, ti prego fammi godere come vuoi, puoi penetrarmi come vuoi,
toglimi il gancio ed inculami a sangue, riempimi il buco del culo di sperma, ti prego non smettere mai.
Se vuoi posso ingoiare quello che vuoi, ma non lasciarmi in questo stato. Se non mi fai godere adesso
non so cosa potrei fare, non ce la faccio a sopportare tutto questo.”
Il padrone era eccitatissimo, le tolse il gancio d’acciaio e la lubrificò nel suo piccolo buchetto.
La inculò con decisione, lei urlò dal dolore, solo un gemito, poi cercò di non mostrarsi così debole.
E poi voleva concentrarsi solo sulla fichetta, doveva assolutamente godere. Lui raggiunse quasi subito
l’orgasmo, le diede alcuni colpi ben assestati per sentire i suoi gemiti. Lei urlava: “Sì, inculami
più forte! Ma ti prego dopo fammi godere!” Sperava che il padrone fosse riconoscente, due fantastici
orgasmi li aveva avuti, ne avrebbe concesso sicuramente uno anche a lei.
Lui ritirò il grosso uccello e le disse di far uscire lo sperma dal buco del culo. Lei spinse e
lo fece cadere sulla tazza che il padrone aveva messo sotto. Le fece ingoiare tutto.
Poi le infilò l’uccello molle in bocca e le pisciò dentro.
Un errore madornale, lei poteva staccargli l’uccello a morsi. Le passò questo pensiero per la mente,
ma non era così pazza, era sicuramente un suicidio, aveva intravisto uno spiraglio per la sua libertà
e l’avrebbe sfruttato. Ora però doveva godere, questa umiliazione per avere un orgasmo era solo
una parentesi di debolezza nel suo piano di fuga. Natasha cercò di bere tutto ma non riusciva a farlo
così velocemente, un getto di urina le scappò dalle labbra e le colò sul collo e sulle tette.
La pipì le bruciava le ferite sui seni ed i capezzoli. Il padrone ricominciò a masturbarla, lei stava
aspettando il suo orgasmo, quando si sentì dire: “Ti stavi comportando bene Natasha, hai imparato
la posizione della punizione, penso che un giorno saprai metterti in questa posizione anche senza
essere legata. Hai implorato, ti sei umiliata abbastanza, hai ceduto ai miei voleri, hai però commesso
un imperdonabile errore. Perchè non hai ingoiato tutto?”
“Non ce la facevo padrone, ti prego, fammi godere, puliscimi le tette ed il viso con le dita, te le
leccherò tutte. Fammi godere non ce la faccio più!”.
“Devo toccare il mio piscio per permetterti di godere? Ora ti dico cosa ti farò. Ti masturbo ancora
un’oretta senza farti godere, poi ti rimando in cella insoddisfatta e ti faccio controllare a vista
giorno e notte per impedirti di masturbarti. Potrai tornare qui tra un paio di settimane quando
non avrai più queste ferite ed ematomi, dovrai essere perfetta, dovrai prepararti alla perfezione,
truccarti, vestirti adeguatamente.
Solo allora ricomincerò a divertirmi con te e forse se te lo sarai meritato potrai godere.”
C’era da giurare che sarebbe andata così, mentre veniva trascinata via da due ragazzi chiamati dal
padrone, Natasha lo malediceva piangendo di insoddisfazione e frustrazione.

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