Maria Cristina e l’ Officina delle Bambole

Si era vestita con cura: tacchi alti, calze velate color visone, setificate, scarpe con tacco alto e minigonna. Maria Cristina era appena uscita da un negozio dove aveva completato il suo shopping di quella mattina e per le strade del centro di Roma camminava, ancheggiando leggermente. Era una bellissima quarantenne, con capelli con taglio stile anni ’50 ed un concorso come magistrato appena vinto. Si apprestava ad essere una donna bella, potente e desiderata con i suoi 53 chili ed i suo 170 centimetri di altezza.
Le sue gambe, deliziose e modellate da anni di ginnastica artistica, la rendevano un oggetto del desiderio, voleva che tutti la guardassero e si ricordassero di lei.
Sposata con un medico e madre di tre figlie, manteneva ancora il fascino e l’allure di una diciottenne. Molte sue colleghe di lavoro le invidiavano esattamente questa sua capacità. Aver realizzato completamente la sua vita di moglie e madre ed essere sempre pronta per qualche flirt.
Sedette accavallando le gambe, in attesa, al tavolino del bar dove ci davano sempre appuntamento. Erano passati dieci anni, tanti, troppi, ma nel mio cuore non era cambiato nulla: la volevo con la stessa intensità di allora, volevo rivivere con lei il sogno d’amore della mia giovinezza. Era diventata una compagnia di un fascino eccezionale.
La sua innata sensualità le aveva suggerito il look più adatto ad evidenziare le sue doti: i suoi capelli neri erano raccolti a scoprire la nuca, giacca avvitata e chiusa ad arte sul macramè del reggiseno, gonna corta cucita addosso con spacco. Gli uomini rimanevano incantati quando nelle cene private conquistavano un posto tra le sue gambe e scoprivano che non portava le mutandine. Indossava sempre reggicalze o autoreggenti perché sosteneva che la sua albicocca dovesse respirare; avevo sempre apprezzato sempre la sua gnoccolina, rotonda e succosa come una fragola. Marycri aveva fatto del suo corpo un oggetto di piacere raffinato, per pochi eletti.
Erano passati molti anni ma, nonostante quel tempo, ingiusto per un amante disperato, come me, e affamato del suo corpo, riuscivo e vederla ed amarla. Ai nostri incontri, clandestini e silenziosi, si accompagnava una sorta di mestizia per il tempo trascorso ad amare persone sbagliate. Figure di donne improbabili, per me, uomini molto ricchi e narcisi, per lei. Non avrebbe dovuto concedersi a tutti in maniera sciagurata. Il suo corpo era, per me, una pietra preziosa da intagliare e far brillare. La sua anima era popolata di figure misteriose che le strappavano i capelli in unioni deliranti fatte di odore di sesso ed idiozie, raccontate per conquistare la mia Afrodite.
Era sempre gentile, calda, sensuale, affabulatoria e “fabulosa” mentre si donava a me in modo totale e completo. Quella mattina di aprile le avrei raccontato tutto del mio passato. Era vezzosamente gelosa di tutte le altre donne possedute da me. Non avrebbe mai rincorso l’idea che il suo corpo era diventato per me come un’ostia fine, minuscola e lieve.
La Natura le aveva donato la Grazia, e la Grazia le donava la Vita e le Strade per incontrare la Felicità.
Ormai avevo commesso l’errore di considerarla una dea, di allontanarla, forse, dopo aver sofferto tanto nel desiderio del suo corpo, ma dopo aver passato pochi minuti in quell’incontro al caffè mi resi conto della mia anima che gridava e desiderava la sua carnagione color latte. Avrei voluto sciogliere ed accarezzare i suoi capelli neri per poter stringere i polpacci e le sue lunghe gambe.
Erano ritornate le mie mani, avide di corpi di donne, e la mia sete di amore e di sesso. Il mio sguardo andò sulle sue gambe e poi più in su, sui fianchi,sul seno, e le guardai i suoi occhi neri, come la pece. Decidemmo di spostarci tra la confusione dei turisti del centro a casa mia.
Così furono esaurite tutte le nostre domande perché, dopo pochi istanti già morivano sulle lingue avide che si intrecciavano, si riconoscevano, si impadronivano delle parole e del discorso lasciato in sospeso tutti gli interrogativi e le ansie. Nell’intimità dell’appartamentino, inciampando tra i vestiti mentre ci spogliavamo, i nostri corpi si cercarono per unirsi: due mezze mele che ricomponevano il frutto bello e rosso, di azzurro e di mare, della giovinezza.
Ci siamo amati, quella mattina del nostro primo incontro, dopo anni in cui ho elemosinato, gridato, pianto e desiderato il suo corpo in modo struggente, con quel male al cuore che appaga e sfinisce, e dà senso alla vita. Si alzò dal letto col reggicalze ancora addosso, letto in cui per tutta la notte eravamo stati dei frammenti di luce spezzata, dei battiti di ali riflessi in uno specchio, come naufraghi in una tempesta.
Da quel giorno Maria Cristina divenne mia, la mia amica, la mia amante, la mia divinità da profanare.
Era ormai diventata sempre più agile e leggera,ad ogni nostro incontro. Mentre i mie baci percorrevano ogni centimetro del suo corpo e le mie angosce pendevano dalle sue labbra, si faceva sempre più strada, nella sua testolina, un desiderio perverso che avrebbe voluto realizzare con la mia collaborazione.
Era una vecchia idea del liceo, prima che si fidanzasse con quello che poi è diventato il suo attuale marito.
Fu molto chiara:”Vedi Antonio, quello che desideravamo entrambi è successo; io sarò magistrato e tu lavori per una importante casa editrice. Il nostro amore è sfociato nella passione che covava come fuoco sotto la cenere. Desidero di più. Non mi basta più mio marito e rischi di non bastarmi più tu.
Ti pongo una condizione, se la accetti potremo continuare a vederci, altrimenti diciamoci addio ed il mio corpicino non lo sfiorerai più neanche con uno sguardo.”
“Va bene…” faccio io, costretto ad accettare ogni condizione per non perdere la sua anima che convogliava le ferite della sua adolescenza in quella proposta. Avrebbe desiderato di essere sottomessa ed avrebbe affidato a me la conduzione del gioco. Eravamo d’accordo, in un certo senso avrei “venduto” il suo corpo, lei sarebbe diventata il mio giocattolino prezioso.
Un giorno mi aveva fissato un incontro a casa sua, a Milano. L’arredamento del suo studio era di quanto più erotico ci possa essere, le poltroncine in legno massiccio con ampi braccioli davanti ad un ampio tavolo e, dietro a questo, una sorta di trono con lo schienale molto alto.
Al muro c’era un arazzo con scene di caccia, sotto le sedie ed il tavolo un antico tappeto, poi ancora un mobile basso, uno specchio. Dalla finestra, racchiusa in spessi tendaggi rossi, t****lava pochissima luce e l’illuminazione nella stanza era circoscritta ad una lampada a stelo che poggiava sulla scrivania.
La principessa Krissy sapeva di cosa avremmo parlato.
Mi avvicinai da dietro e ripetei, dopo averle spiegato esattamente cosa avrebbe dovuto fare, la domanda: “accetti ?”, un flebile sì, mi fece sussultare e cambiare il tono di voce, adesso ero il suo padrone. Era una condizione indispensabile per poterla portare in quel luogo e, in qualche modo, proteggerla. “Prendi un foglio di carta – le dissi – inizieremo a scrivere insieme le mie regole che solo ora potrai discutere con me.” Sentendo già un tono diverso della voce, ebbe paura che volessi usarla subito e si affrettò a dire che dopo avrebbe avuto da fare. La rassicurai, ma ripetei l’ordine e lo eseguì.
“Scrivi” le dissi con tono imperativo, e dettai: da questo momento accetto di essere di sua proprietà, la chiamerò padrone e mai mi dovrò rivolgere a lei con tono impertinente o aggressivo o dandole del tu; lei potrà insultarmi, offendermi, umiliarmi, punirmi, espormi, nelle modalità che ritiene necessarie, ma mi promette che non proverò dolore, che non avrò mai segni persistenti sul corpo, che non ci saranno mai terze persone e che comunque, in ogni momento potrò sottrarmi dicendo la parola concordata…STOP.”
Aveva qualcosa da aggiungere: “Ti prego, Antonio, non farmi mai imbavagliare o legare completamente, accetto anche lo s**t ed il pissing.”
Acconsentii ma le spiegai che in alcuni posti non siamo noi ad avere il controllo di ogni cosa, si creano situazioni per cui è difficile controllarsi.
Si valicano dei confini fissati dal nostro Super-Io e si finisce in una dimensione surreale dove il corpo diviene oggetto delle fantasie più oscene. La scrittura nervosa evidenziava l’eccitazione, firmammo e le accarezzai dolcemente il collo per poi tastare il seno, le sussurrai: “Ora il primo ordine: voglio controllare la tua eccitazione, le dissi, togliti le mutandine e consegnamele!” Sembrò smarrita, balbettò che attendeva un’altra persona, che doveva andare in palestra, che avrebbe fatto tutto, ma il giorno dopo; bastò una mia occhiata a lei e al foglio che aveva appena firmato per farle dire il suo primo “Sì, padrone. ”
Era troppo ligia al dovere per dire di no. Davanti a me si alzò la gonna quel tanto che bastava per poter raggiungere le mutandine, con un gesto rapido, e senza guardarmi, me le porse. Come pensavo, erano bagnate, la baciai sulla guancia e le dissi che sarei venuto il giorno dopo alle ventuno. Alle nove di sera mi ripresentai presso il suo vecchio studio di avvocato. Nuovamente la segretaria mi accolse, le chiesi se gentilmente potesse farmi una fotocopia di un documento che mi sarebbe servito successivamente.
Un pretesto per far passare come appuntamento di lavoro questo nuovo incontro con Krissy. Mi disse che l’avrebbe fatta immediatamente e così fu, subito dopo avvisò la dottoressa che sarebbe andata a casa e che io ero arrivato; sentii un “va bene, ci vediamo domani, digli che attenda un attimo”.
La ragazza andò via salutandomi. Passò un attimo ed il meccanico rumore di chiavistelli che chiudevano da dentro la porta d’ingresso dette il via al gioco. Uscii nell’atrio, la vidi e non mi trattenni dal bloccarla, farle appoggiare le braccia al muro e palparle pesantemente la figa ed il seno, poi ripresi il controllo e le ordinai di spogliarsi completamente, inginocchiarsi e attendere. Fu così che, dopo un paio di sessioni di bondage con me, la mia amica mi chiese di conoscere alcuni miei amici che amavano il sesso estremo. Come mai la moglie benestante di un medico, madre di tre splendide ragazze desiderasse, quasi all’età di cinquanta anni una cosa del genere, non volevo saperlo.
Dopo le mie riluttanze nel farle capire che non conoscevo bene quell’ambiente, che tutti usavano nomi finti e nessuno voleva farsi conoscere, lei continuava ad ins****re. Era diventato imbarazzante, per me, incontrarla il fine settimana e ascoltare le sue richieste. E dire che tra noi c’erano stati incontri favolosi, eravamo vecchi compagni di liceo che si erano avventurati in un gioco perverso; adesso come faceva ad essere così sfrontata? Comunque riuscii a rintracciare Mangiafuoco, un amico realmente molto pericoloso, arrestato più volte perché affiliato ad un clan mafioso e con qualche precedente per violenza privata.
Gli accennai al fatto, non senza qualche timore. Non esitò a chiedermi soldi, cinquemila euro, era la cifra per partecipare a quegli “incontri”, non un centesimo di meno e la mia “donna” (mai detta una bugia più grossa) avrebbe avuto un trattamento di riguardo ed il godimento garantito. “Vuole anche la gabbia ? – mi domandò Mangiafuoco. ”Non lo so – risposi – ma questo farà alzare il prezzo?” “Sì, passiamo dai 5.000 ai 7.000 e le garantiamo anche una nerchia nera, quella di Billy.”
“Non credo voglia la Gabbia, per il momento facciamola entrare, poi sarà lei a decidere i trattamenti che vorrà, per i soldi a chi deve darli?”
“Tu lo conosci, parla con Black Jack, è lui il cassiere… e fammi avere una foto della troia.”
La gabbia era una vera gabbia di ferro di circa dieci metri quadrati, agganciata al soffitto di queste vecchie catacombe. Per le persone chiuse, quasi sempre ignude, nella gabbia c’erano due componenti eccitanti: l’altezza da terra che faceva dondolare la gabbia ed il freddo delle catacombe, ormai adibite a cantine,che, insieme alla benda nera che copriva il volto, garantivano incredibili erezioni agli uomini ed una sacro terrore per le donne che, in genere, dopo una trentina di minuti, spruzzavano eccitate sotto le mani esperti dei ragazzi super-palestrati che le liberavano da quella prigione.
Così ci siamo dati appuntamento una sera per le foto in un caffè fuori città. Avrebbe dovuto consegnarmi, oltre a qualche foto per farne una sorta di lasciapassare per farla entrare, anche i settemila euro per il suo “divertimento”.
Cercai nuovamente di parlarle e di farle comprendere che sarebbe stata un’esperienza di confine, non si sarebbe trattato della solita chiavatina familiare: fece finta di non ascoltarmi.
Continuavo a domandarmi come avesse potuto sapere, in una città grande come Milano, di cosa mi occupassi, cosa scrivessi e come facevo a conoscere la peggiore feccia di quella metropoli.
I racconti dovevano pur nascere da qualche altro fatto che avevo sentito raccontare, no? Avrei voluto portarmela a letto tante volte ma ci eravamo persi di vista, lei nel fare la sua vita da donna dell’high society ed io nei bassifondi a raccattare le vite degli altri per cercare di farne narrazione.

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Avemmo un paio di incontri per preparare questo nuovo “inizio” ma dopo due chiacchiere veloci o un caffè, ognuno riprendeva la sua strada. In questi incontri notai con un certo disagio che una suo modo di fare, da sempre esistente, quello di strusciarsi addosso al suo interlocutore, era decisamente aumentato e immancabilmente il suo seno si strofinava sul mio braccio. Ogni volta si stringeva sempre di più, sorrideva e continuava a parlare con noncuranza. Quel giorno cercai di allontanarmi con un pretesto ma Krissy mi seguì domandandomi se potevo raggiungerla a casa per sistemarle il portatile che non funzionava a dovere. Arrivato a casa sua trovai il computer acceso sul tavolino accanto al divano e, mentre Rosita, la segretaria, si assentava per mettersi comoda, cominciai ad armeggiare sul portatile. Aprii un paio di cartelle dove si intravedevano delle icone di alcune foto e ci cliccai sopra … ebbi un sobbalzo … ne aprii un’altra e un’altra ancora, le cartelle erano piene di foto di Krissy, nuda ed in posizioni decisamente hard, non mi accorsi che era tornata ed era dietro di me, sentii la sua voce sussurrare: “…sono bella vero?…” ma non ebbi il tempo di rispondere perché la sua mano era già scivolata sulla patta dei miei pantaloni e si era stretta sul mio uccello. Krissy mi slacciò i pantaloni, tirò fuori il mio uccello e, dopo aver fatto scivolare la mano su e giù per un paio di volte, avvicinò la sua bocca al glande e comincio e leccare, prima delicatamente, quasi solleticandolo, poi sempre più voracemente fino a far sparire Willy nella sua bocca. Ero senza parole, affascinato dal suo modo di fare e sorpreso dalla sua maestria. L’eccitazione prese il sopravvento, la sistemai sulla poltrona, il suo culetto rivolto verso di me, il suo sorriso sembrava un invito ad osare, mentre si teneva la figa aperta con le dita e mi diceva di scoparla. Il mio uccello le fu subito dentro, fui molto deciso, tanto che il suo corpo formoso sembrava smontarsi ad ogni colpo.
Ebbi l’impressione di avere una bambolina tra le mani che le stringevano il culetto. Vi infilai le dita, lei sobbalzò con un grido, mentre baciavo la rosellina dell’ano e la riempivo di saliva.

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La Signora delle feste milanesi ansimava e gridava mentre le appoggiavo il cazzo sul suo culetto voglioso. Pensavo di doverlo forzare, di doverlo rompere. Invece scivolò giù facilmente. Il lavoro era già stato fatto e questo mi fece arrabbiare molto.
Cominciai a stantuffarla con sempre maggiore violenza, era uscita anche qualche goccia di sangue, non mi interessava, donna Cristina gridava in modo osceno come se la stessero strangolando. Mi diede fastidio e le tappai la bocca con la mano senza smettere di sbatterla con forza, lei mi morse ed io aumentai il ritmo e la forza dei miei colpi fino a sentirla urlare di piacere. Con un ultimo colpo le riempii riempiendole il culo con il mio seme. Ancora stravolto sentii Krissy dirmi “domani non perdiamo tempo con il caffè, ok ?”, risi di gusto mentre pensavo che l’indomani avrei risparmiato venti euro di aperitivo e avrei avuto un’oretta in più per sfondarle il culo. Però la timorata di Dio, la donna pia e caritatevole dell’alta società era in fregola, e di parere diverso. Così, senza pensare al domani, ricominciò a leccarmi l’uccello … quel giorno, dopo oltre due decenni, ebbi modo di conoscere davvero la mia insospettabile amica. Mangiafuoco era stato molto preciso nell’indicazione del luogo e mi aveva accennato a quello che le sarebbe successo.

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Venne la sera del gioco. Andai a casa sua per accompagnarla. Dovevamo raggiungere l’Officina delle Bambole. Un nome da negozio di rigattiere per un aristocratico e squallido commercio di corpi.
Lei andò a prendere i soldi che mi consegnò in una busta. Scendemmo e la accompagnai. Mangiafuoco riconobbe la mia macchina, chiese i soldi e poco dopo, passando da un ristorante scendemmo, in un cunicolo con delle sale ampie ed illuminate scarsamente dove si intravedevano molte donne vestite da suora e molti uomini vestiti con fruste e flagelli che esibivano, per il resto i loro enormi cazzi. C’erano anche uomini di colore muscolosi, sembravano pronti ad intervenire, ma in realtà si aspettava ancora un po’ di gente. Black Jack, dopo aver contato i soldi, concesse a me di essere il primo con Krissy…”poi sarà nostra…potrai soltanto guardarla soffrire.”

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Non mi rimaneva che annuire ed iniziare quella che sembrava la triste danza di una giostra. Tirai fuori dalla borsa di donna Cristina un piccolo frustino con in punta una manina di cuoio, mi tolsi la camicia e le chiesi se si era correttamente ricordata di procurare tutto ciò che le avevo ordinato. Disse di sì. “Bene, le dissi, allora va’ a prendere gli oggetti camminando carponi, disponili davanti a me in modo che possa controllare. Sbrigati troia !” Detto questo, le assestai una leggera frustatina sulle natiche, poi le consegnai in bocca anche il frustino. Come pensavo, forse apposta, forse per vera dimenticanza, mancavano le pinze. “Pensavi di risparmiarti le torture alle tette? povera illusa, ora inginocchiati e porta le mani sulla testa, partiamo subito da lì.” Si portò in posizione, mi avvicinai e guardandola negli occhi per capire il confine tra il piacere ed il dolore, le strinsi i capezzoli tra le dita ora alzandoli ora abbassandoli.
Le dissi di ripetere con me: “un ordine del mio padrone non si scorda mai…” per svariate volte, poi mollai la presa e la istruii sulle posizioni che intendevo farle assumere e che volevo fossero assunte immediatamente a seguito di un semplice comando. Alla parola ” esposta” avrebbe dovuto chinarsi accovacciata con le gambe più aperte possibile, le mani sulla testa; alla parola ” punizione” doveva inginocchiarsi con le mani dietro la schiena; alla parola ” disponibile” la volevo carponi, le gambe leggermente divaricate, la testa bassa in modo da esporre bene le natiche. “Esposta… ” le ordinai per prova, e ella si posizionò, la corressi con il frustino, divaricandole di più le gambe ed insultandola per la sua presunta inadeguatezza.
“Attendimi così che ti preparo”, le dissi, e così facendo la bendai, mi soffermai a guardarla per alcuni attimi per godermi quella visione in solitudine, poi portai al centro della stanza una delle sedie che erano lì e l’accompagnai fino a farla sedere sopra, le sollevai entrambe le gambe e le legai ai braccioli. Il suo vestito Versace, le sue autoreggenti e la sua biancheria costosa erano sparite, era nuda come un uccellino su quella sedia in pelle di cuoio. Le scarpe le rubò una delle Bambole che erano lì….era diventata all’improvviso povera, sola e nuda. Dopo un primo rapporto avuto con uno dei boys che erano lì, armeggiai con la sua nocciolina e raccolsi con le dita i succhi del suo clitoride. Glieli feci assaggiare, la sbendai e, mentre la slegavo, le sussurrai che era solo l’inizio e che era ora che anch’io prendessi le mie soddisfazioni. Le ordinai di portarsi in posizione di disponibilità e lei, ormai travolta dalla frenesia lo fece così bene che avrei voluto immediatamente farla mia, ma le mie intenzioni erano altre, volevo prima la sua bocca e desideravo farlo umiliandola ulteriormente. La feci inginocchiare, le mani dietro la schiena, la lingua fuori, con le dita le presi entrambi i capezzoli e le appoggiai il glande sulla lingua. “Ora, le dissi, non dovrai lasciarne cadere nemmeno una goccia” e così facendo iniziai ad indietreggiare lentamente. Lei con fatica si trascinò dietro, cercando di allentare la tensione sui capezzoli ed evitando di perdere il contatto con il mio membro. Pochi attimi dopo sfogai tutta la mia libidine in un copioso flotto che le entrò in bocca, cadde per terra, le riempì la lingua. Le lasciai i capezzoli e severamente le intimai di leccare ogni goccia di sperma caduta sul pavimento. Rilassato, seduto sulla poltrona mi gustai la schiava, che nuda e sottomessa, carponi stava umilmente leccando sul pavimento il mio seme. Appena finì, pretesi che continuasse a leccarmi per farmi un completo servizio di pulizia. Dovevo riprendermi, pertanto optai per usarla come burattino esibizionista. A seguito di ordini perentori e decisi dovette posizionarsi in tutte le pose più oscene ed umilianti. Una sua innocua richiesta, quella di andare in bagno mi fece venire l’idea di umiliarla costringendola ad urinare davanti a me, dopo una lunga attesa e le sue suppliche di rinunciare alla cosa, la derisi e la accompagnai in bagno per lavarsi. In seguito, iniziai un piccolo interrogatorio, le chiesi se si masturbasse sovente e in che modo lo facesse e poi volli che lo facesse davanti a me. Sfruttando le gambe di un tavolaccio da osteria che si trovava in quel cunicolo con lei a quattro zampe, le aprii le cosce da dietro e con il frustino picchiettai più volte sulla parte interna delle cosce e più delicatamente sulle labbra della figa.
Passai delicatamente un dito nell’orifizio dell’ano e, lasciando lì il dito pollice di una mano, con l’altra, armato di un grosso dildo la penetrai dolcemente ma inesorabilmente.
“Puttanella, le sussurrai, ora ti faccio piangere dal piacere.”
Manovrai a lungo con una mano e con l’altra finché, spossata, mi implorò di fermarmi. Ora era veramente alla frutta come energia fisica e nervosa; era giunto il momento di fermarsi. Andare oltre avrebbe significato bruciare una storia che poteva ancora continuare con soddisfazione per entrambi. La sollevai in posizione eretta e, a ben pensarci non era più stata così da quasi un’ora e mezza, la accarezzai dolcemente sul viso e le chiesi se le fosse piaciuto.
La sua reazione fu inaspettata, mi baciò avidamente e il trasporto ci portò ad avere un rapporto dolce e normale. Prima di lasciarla le chiesi di rimanere nuda finché non fossi uscito e di ricordarsi che era sempre la mia schiava.

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