le mie prime volte – 3 – di dietro

Lo evitai per i giorni a seguire, addirittura non andai a scuola l’indomani e quando ci tornai non riuscii a guardarlo nemmeno da lontano, se vedevo i suoi occhi puntati su di me abbassavo i miei.
Mi vergognavo, mi vergognavo da morire: avevo il terrore che mi tradisse, che lo dicesse a tutti e in una classe tutta maschile rischiavo di pagare un prezzo altissimo. Allora feci una cosa che mai avrei pensato prima di fare.
“Ciao, Marisa. Giovanni vorrebbe parlarti”.
Vidi la biondina che leggeva curiosa il bigliettino anonimo che le avevo fatto lasciare sul diario, i suoi capelli biondi mossi parvero diventare più lucenti, brillarono come gli occhi, che si distesero in un sorriso dolcissimo.
Era bella, ma l’unico effetto che mi faceva era l’invidia. Le guardai il seno: quasi ne avevo più io. Sapevo che Giovanni avrebbe fatto i confronti: le tette, ovviamente, ma anche i capezzoli delle ragazze erano più grossi, le areole più grandi, io non li avevo guardati solo nei giornaletti o nei film con la Fenech, io avevo spiato le mie cugine che facevano la doccia insieme e una volta le avevo viste limonare sotto l’acqua, ma così, per gioco, però avevo visto Angela che metteva una mano tra la peluria di Anna e ce la teneva, massaggiandola, e ad Anna sembrava piacesse, anzi piaceva sicuramente, e insomma, mi era venuto duro e avevo dovuto scappare a toccarmi, ma avevo pensato che la nostra era l’età più confusa e comunque, tornando a Marisa, mi venne un moto di rabbia nel pensare che quel giorno Giovanni avrebbe toccato lei, rinunciando a me. Però lui per me era il precipizio e io lo ero per lui, non volevo che mi e gli dessero del finocchio, dunque mi stavo tirando indietro.
Vidi la biondina sparire tutta contenta, alla fine delle lezioni si mescolò nella folla vociante dei ragazzi all’uscita della scuola e andò a scovare Giovi, il mio Giovi, che la guardò all’inizio senza capire, ma poi si incamminarono insieme verso non so dove.
Il cuore cominciò a galopparmi nel petto, maledissi le mie tettine e i miei desideri, ma dovevo evitare che lui si rovinasse con me e che io finissi con l’essere lo zimbello di tutti, cosa sarebbe capitato se si fosse saputo in giro che…?

– Carnati, come stai?
Assennato mi chiamava così, per cognome: era più forte di lui. E d’altronde anche io lo chiamavo allo stesso modo.
– Puoi chiamarmi Roberto, te l’ho detto mille volte.
– O Roberta?
Sussultai. Che diamine voleva dire? Sì, sembravo una femminuccia, talvolta: ma era un caso, se mi chiamava così, dopo quello che era successo con Giovanni?
Con un ghigno malefico sul viso, Assennato, che poi si chiamava Salvatore, Salvo per gli amici, insistette per fare la strada verso casa assieme a me. Aveva una bicicletta con la canna.
– Ti porto io. Sali.
Assennato, o Salvo, era un tipo robusto, alto, fighetto, muscoloso più di Giovanni. Un bel ragazzo, anche se non lo avevo mai guardato “in quel modo”, sebbene di lui si dicesse che aveva una qualità nascosta e nemmeno tanto, nascosta, perché nei bagni della scuola lo mostrava a destra e a sinistra e l’unica volta che glielo avevo visto ero rimasta sinceramente turbata da quelle dimensioni da proboscide. Accettai il passaggio non perché pensassi a quel bastone di carne ma perché mi ero impaurita, praticamente terrorizzata, per l’approccio che aveva avuto quel giorno, il giorno che poi avrei chiamato della canna, così come la prima volta con Giovanni l’avrei sempre ricordata come il pomeriggio del bicchiere.
Salii infatti sulla canna, seduta di lato, le sue braccia, protese a tenere il manubrio, mi strinsero da entrambi i lati in una morsa, anche i nostri visi si fecero vicini, forse troppo. Il suo pube ingombrante, nel pedalare, mi si stringeva un tantino – un tantino molto – alla coscia. La canna, sotto di me, quasi mi penetrava dentro il cervello salendo su per il culetto. Quasi mi sentivo mancare, con tutti quei contatti contemporanei. Perché cavolo avevo accettato il suo dannatissimo passaggio?
Lungo la strada mi fece discorsi strani, disse che la nostra era l’età dei primi amori, che le cotte erano normali, che ci si innamorava facilmente e che però le anime sceglievano altre anime, senza guardare al sesso, ma poi aggiunse che anche il sesso era importante, che le prime esperienze di sesso si dovevano pur fare, anche se magari potevano risultare traumatiche, e in questo parlare, parlare, parlare mi confusi e mi distrassi, balbettavo qualcosa per rispondere e non mi resi conto che non aveva seguito la strada di casa ma aveva preso per il parco.
Mi sentii tale e quale a Cappuccetto Rosso e ancora di più mi ci sentii quando deviò verso una casupola isolata in cui i più acerbi e buzzurri di noi di tanto in tanto andavano a spiare le coppiette che ci si appartavano.
– Devo fare pipì – disse e, fermata la bici, senza perdere tempo tirò giù la zip e lo prese in mano.
Non riuscii a trattenermi.
– Caz-zo!
Sorrise compiaciuto, mentre io giravo lo sguardo da un altro lato.
– No, dai, guarda, guarda pure – fece una pausa, cambiò tono -. Guarda pure, Robertina.
Sussultai di nuovo.
– Che vuoi dire? – balbettai.
Non rispose. Finì di fare pipì, continuò a tenerlo in mano, ci giocò e se lo scappucciò tutto. Adesso davvero non riuscivo a distogliere lo sguardo da lì.
– Come… come ci riesci?
Sorrise. Io non sapevo farlo, mi faceva male.
– E’ semplicissimo.
Coprì con la pelle il prepuzio, poi, con un movimento lento e misurato, lo denudò di nuovo,
– E’ che il mio non è vergine. Io ho scopato – disse orgoglioso -. E tu?
Abbassai gli occhi, mi vergognavo. Non potevo dirgli che Giovanni mi era venuto in bocca, pochi giorni prima. Ero stata scopata, non avevo scopato.
– Dai, prova tu.
Mi si avvicinò, offrendomi quel membro mostruoso – in realtà sarà stato una ventina di centimetri, più lungo di quello di Giovanni, ma nemmeno tanto.
– Scherzi?
– Affatto – e prima di finire di dirlo mi aveva preso la mano destra e me l’aveva portata lì sopra. Non so perché ma la mano mi rimase come incollata, come un magnete attratto da un pezzo di ferro, il ferro della sua verga vigorosa e soda.
– Dai – e mi guidò il movimento. Si scappucciò molto più facilmente di com’era successo con Giovi. Mi fece proseguire lentamente, su e giù, su e giù. Mi si indurì nelle mani.
– Bravissima – disse chiudendo gli occhi – non ti fermare.
E non mi fermai: non ci riuscivo. Gli diventò duro, ma duro veramente, dritto e duro, tutto scappellato. Faceva paura, ma anche tanto odore, più di quello di Giovanni.

Fu lui che mi fermò. Mi prese per mano e in quella strana situazione – il pisello ritto e nudo, una mano per tenere la mia, l’altra per portare la bici – mi condusse nella penombra della casupola.
– Mi piaci – disse accostandosi a me – mi piaci da morire. Sei in tutto e per tutto una femminuccia, mi piace come sculetti, adoro le tue tettine.
Mentre lo diceva, col fuoco che aveva addosso mi strappò via, quasi, la camicetta che indossavo.
– Aspetta – lo frenai, cercando di sbottonarmela senza danni, ma me la stracciò un po’, mi ritrovai senza in pochi istanti, mentre lui si tirava giù i pantaloni, rimanendo nudo dalla cintola in giù.
La casupola era squallida, sudicia, per terra c’era paglia e segatura e chissà quanti resti di scopate, per fortuna non c’erano preservativi ma la penombra copriva da sguardi indiscreti. C’era una specie di giaciglio apparentemente non troppo sporco: le coppiette si portavano qualcosa da metterci su, una coperta, un lenzuolo, e così restava mezzo pulito.
In quel silenzio buio, mezza nuda come ero, mi sentii quasi ipnotizzata: dopo avere tanto resistito al ragazzo che amavo, Giovi, stavo cedendo di schianto, senza colpo ferire, al cazzo enorme di Assennato. Quasi non ci credevo, e però le sue mani fredde, che iniziarono a palparmi poppe e capezzoli, facendomi venire la pelle d’oca, mi fecero rendere conto che stava succedendo sul serio e se la pelle mi si rattrappiva, non era solo per l’umidità ma per l’emozione di quella sensazione mai provata prima, per quell’intimità con un semisconosciuto superdotato che mi stava baciando sempre più insistentemente il viso e contemporaneamente mi palpava le tette e mi slacciava la cintura dei pantaloni e senza che mi rendessi conto mi dava baci sempre più vicino alla bocca e cominciavo a confondermi, non controllavo più la situazione, era la situazione che si era impadronita di me, perché mentre non sapevo res****re a quella foga, a quella tempesta di labbra che si incollavano alle mie guance e sempre più a ridosso delle mie labbra, sentivo i jeans che mi scivolavano verso il basso e le sue mani che si insinuavano, a turno o insieme, sotto le mutandine, di davanti e di dietro e mi resi conto che mi aveva scoperto del tutto il sedere quando sentii una pressione sul buchino, dissi AHI! e aprii la bocca di quel tanto che in un battibaleno lui mi infilò la lingua dentro e subito trovò la mia e la cosa più strana fu che non mi ritrassi, ma anzi mi allacciai a lui, col corpo e con la lingua e non mi fece schifo (avevo sempre pensato così, prima) e non sentii più dolore mentre le sue dita continuavano a giocare col mio sfinterino vergine, anzi la pressione mi portava a protendermi ancora di più verso l’alto e a baciarlo con passione – cazzo, sapevo baciare! ma dove avevo imparato? – e a proposito di cazzo glielo cercai con le mani, lo presi e lo menai, mentre lui aveva preso il mio, nudo anche lui, piccolino ma dolce e duro, tanto duro.
– Complimenti, signorina – mi disse vedendo quanto ero eccitata.
Sorrisi, mi piaceva essere chiamata signorina, anche Giovi mi aveva chiamata così, Giovi il mio amore, Giovi che era con Marisa, come io ero con Assennato, Salvo, e stavo per scoparci, perché mi inginocchiai e glielo presi in bocca, rimase stupito dalla familiarità che avevo col pompino, brava, brava, mi diceva mentre lo ciucciavo e diventava enorme fra le mie labbra, sul mio palato, spingendomelo in gola.
– Brava, brava, troietta – e mi piaceva essere chiamata così, lo adoravo, cominciavo ad adorare tutto di lui, mi stavo lasciando andare senza ritegno, senza freni, pure lui, come Giovanni, mi palpava e mi strizzava i capezzoli rosei mentre lo spompinavo e anche questo mi piaceva da morire, durò un po’ e alla fine mi fece alzare, mi tirò via le scarpe e poi i pantaloni, rimanemmo nudi con le calze, i piedi affondati nella segatura densa di seghe altrui, ma ce ne fregavamo, mi fece girare e si mise dietro di me, non c’era da fare il gioco come con Giovanni, “ora tu a me”, lui non pensava affatto di darmi il suo sedere ma di prendersi il mio, ebbi paura ma mi rassicurò, “tranquilla gioia, tranquilla mia piccola pompinara” e si distese sul materasso, che più da vicino era sudicio eccome, ma non ci importava, mi fece sedere, accomodare sul suo viso e di nuovo sentii quella sensazione di benessere che mi aveva donato Giovanni toccandomi, ma senza vestiti era tutta un’altra cosa, affondò la faccia tra i miei glutei, sentii qualcosa di umido che andava a cercarmi il buchino più intimo e profondo, mi scappò un gemito che era quasi un urlo, un piacere pazzesco si impadronì di me, un AAAAAAH che non poteva finire mai, mi stava leccando il culo, leccava come un dio, la sua lingua mi ammorbidì lo sfintere, penetrò dentro, mi teneva i glutei con entrambe le mani, mi faceva fare su e giù, su e giù, che mi venne voglia di fare su e giù sul suo cazzo e mi tuffai a fare un 69, dolcissimo e intenso, succhiavo come una dea, una dea troia che più troia non si poteva, la sua cappella passava a stento fra le mie labbra ma riuscii a prenderglielo quasi tutto in bocca, fino a quando non si staccò dal mio culetto, che aveva provato sensazioni dolcissime e inebrianti.

– Coraggio, porcellina.
Mi mise a novanta gradi, nella posizione della pecorina. Mi acchiappò ancora per i glutei, lo aiutai ad allargarmeli, poggiò la cappella sul buchino, facendola precedere dalle dita, inumidite dalla sua saliva, che allargarono un po’ il mio piccolo ano vergine e voglioso di quella nuova, stupenda esperienza.
– Ti farà un po’ male, all’inizio.
E che male! Da gridare, e infatti gridai, solo per la punta che violava il buchetto lubrificato dalla sua saliva, sì, ma ancora troppo stretto.
– Stringi i denti.
Lo feci, ma urlai di nuovo: era entrato il primo centimetro. Un male cane.
– Troppo dolore, non ce la faccio.
Spinse ancora, impietoso.
– Deve passare la cappella. Coraggio.
Si appese ai capezzoli, mi provocò, strizzandoli, un dolore alternativo, quasi non sentii l’ulteriore spinta, che lo aveva portato un altro centimetro dentro.
– Mi fai male, porco, sudicio porco.
Le parolacce parvero dargli più stimoli: sembrò tirarlo via, invece stava prendendo la rincorsa, spinse deciso e sfondò, si ritrasse un altro po’ e di nuovo spinse dentro, ancora una lieve retromarcia e una pressione energica e decisa. La cappella era passata, l’elasticità del mio sfintere e del retto si andava adeguando a quel mostro di carne, che mi strappava urla lancinanti, costringendomi a sculettare come una puttanella per agevolare la penetrazione.
– Mi piace, cazzo, mi piace il cazzo, mi piace il tuo cazzo – dissi con un filo di voce.
– Anche a me… hai un culo da favola – e cominciò a spingere, lo sentivo durissimo dentro, faticava ad andare avanti, però, mi attirò a sé e mi baciò, gli diedi la lingua con passione.
– Mi fai male, ma se ti fermi ti ammazzo – sussurrai e lui non voleva essere ucciso, mi scopava con la forza di un toro da monta, tenendomi per i fianchi mi faceva andare avanti e indietro, sempre nella posizione della pecora, la pecora troia, vacca, con le tette penzolanti: sì, avevo più minne io di Marisa, che andassero al diavolo tutti e due, Giovanni non era capace di penetrare quella smorfiosetta dai capelli biondi come Assennato stava scopando me.
– Cazzo, mi piace, mi piace, mi piace tutto dentro!
Dicendoglielo lo esaltavo, sentii che me lo aveva infilato tutto, fino ai coglioni pelosi, ero impalata come un prigioniero sotto tortura, mi faceva male ma le contrazioni anali mi restituivano un piacere sul pisello eretto, che avrei potuto godere senza toccarmi. D’un tratto la situazione precipitò, perché sentii che stavo per eiaculare sul serio.
– Salvo, sto venendo, Dio, sto venendo…
– Sì, amore, godi, godi, gioia – e bastarono quelle parole per farmi schizzare, senza che mi fossi sfiorata, dal pisellino che lui mi aveva scappucciato, ma non venni molto, un fiotto o due. Era come se il mio piacere fosse telecomandato da quell’enorme coso che lui mi aveva infilato dentro per una quindicina di centimetri: bastò che lo tirasse via che il mio orgasmo si fermò.
Non capii cosa stesse facendo: in realtà voleva prolungare il piacere. Mi fece girare e stendere sulla schiena: mi prese le gambe, le sollevò e me le spalancò. Si accostò di nuovo a me, appoggiò la cappella sul buchetto, adesso più largo, e ricominciò, tenendomi le cosce spalancate come una mignotta in calore e reggendomele con le sue braccia forti, adesso potevo guardarlo sopra di me, mentre mi sfondava: in quella posizione gli veniva più facile, il canale era più ampio e quasi in discesa, spinse forte e di nuovo sentii il pistolino che mi si induriva.
– Cazzo, mi fai godere di nuovo… dopo pochi minuti!
– Sì, amore, ti piacerà tanto, adesso – e guardandomi negli occhi spinse a fondo, strappandomi uno strillo intenso, fece avanti e indietro con colpi secchi e precisi.
– Mi piace, amore, vengo… sto venendo!
– Anch’io… – e fece per ritrarsi, non voleva eiacularmi dentro il pancino ma sopra, cosa che mi costrinse a toccarmi per venire assieme a lui, uscì e cominciò a schizzarmi di fiotti caldi che si mischiarono ai miei e mi ritrovai sommersa e insozzata dal suo e dal mio piacere, mi sporcò la faccia, gli occhi, i capelli, un po’ mi finì in gola, ma non seppi se fosse sperma suo o mio o di tutti e due, comunque fosse era stupendo.

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