le mie prime volte – 2 – in bocca

Io Giovanni lo avevo sempre amato, dal primo momento in cui lo avevo visto, che praticamente eravamo bambini e ancora non conoscevamo niente, sesso, amore, gioia, piacere, eccitazione. Crescendo mi dicevo che avrei voluto sposarlo, ma non potevo perché i maschietti dovevano sposare le femminucce e sebbene io mi sentissi più femminuccia di certe femmine brutte e acide, non potevo dirlo in giro, perché non stava bene e c’era il precipizio che ci aspettava. Crescendo ancora di più l’infatuazione si era trasformata in cotta e poi in passione violenta, amore incontenibile, trasporto totalizzante, ma c’era sempre quel punto di non ritorno, c’erano le colonne d’Ercole della mia innocenza che non potevano essere oltrepassate, c’era la vergogna di essere scoperti o che lui, per vantarsi, andasse in giro a raccontare a tutti quelli che con me ci avevano provato – ma che erano pronti a giurare che non gli piacevo, anzi quasi di provare ripugnanza per me, essere effeminato e ambiguo – che lui ci era riuscito.

Il pomeriggio del bicchiere gli offrii le tette e prima me le palpò, toccò e massaggiò vestite, poi – dopo che gli avevo aperto la strada – le massaggiò finalmente nude, poi mi sbatté sul letto e cominciò a succhiarmele, leccarmele, baciarmele, mordermele, mettendosele tutte in bocca, succhiando i capezzoli come un bimbo vorace che vuol essere allattato e infine mi cercò lì sotto, mi toccò in maniera insidiosa, indovinò il contorno del pistolino e in un silenzio pazzesco mi masturbò, conducendomi pian piano sulla soglia del primo orgasmo che, nella mia vita, mi veniva indotto, donato da un’altra persona, fortunatamente non da uno qualsiasi ma dal ragazzo che amavo e desideravo.
Venni fragorosamente, dentro le mutandine, dentro i pantaloni, sporcai e allagai tutto, mugolai in falsetto, con la vocina da ragazzina maialetta, gli dissi di amarlo da morire e un attimo dopo avere goduto avrei voluto sotterrarmi, mi vergognavo da morire, mi distesi sulla pancia, in modo da coprire in parte il mio corpo nudo, ma lui non mollò e prese ad accarezzarmi in maniera conturbante le spalle.
– Tranquilla, gioia, va tutto bene, tranquilla – e cominciò a parlarmi al femminile – forza piccola, dai bella, è tutto okay.
Trovai la forza di girarmi, cercai qualcosa con cui coprirmi il piccolo ma delizioso seno, lui me lo impedì.
– Non abbiamo finito – disse con un mezzo ghigno sardonico sul volto, si mise in piedi e si piazzò a gambe leggermente divaricate davanti a me, la virilità evidentissima sotto i jeans. Non ebbe bisogno di parlare, di dire nulla. Mi prese per mano e mi fece mettere a sedere sul letto, mi carezzò le guance, mi portò una mano sulla fibbia della sua cintura, mentre lui si toglieva la maglietta, scoprendo due pettorali niente male.
La mia mano schizzò via dalla sua cintura: avevo paura, mi vergognavo, era più forte di me.
Allora mi fece alzare, mi accostò a sé, era più alto e le mie piccole tette si poggiarono poco sotto il suo petto, sugli addominali che indurì al contatto con la mia pelle, strusciò i capezzoli scuri sui miei, rosei, duri e ritti, i suoi muscoli poggiati sulle mammelle da latte che avevo io, sembravamo in tutto e per tutto una coppia, un maschio e una femmina, mi abbracciò e mi strinse forte. Mi poggiò un bacio delicato sul viso, poi un altro e un altro e un altro ancora: temetti che mi cercasse la bocca, ci andò vicino e allora preferii tornare giù, mi rimisi a sedere e lui mi riportò stavolta entrambe le mani sulla fibbia della cintura, non fuggii ma la slacciai e poi feci saltare il bottone dei jeans, frugai e trovai la zip della cerniera, lo guardavo dal basso in alto, l’espressione mezza smarrita e mezza maliziosa, un po’ ingenua e un po’ mignotta, sentii il rumore della lampo che si apriva, mi ritrovai davanti uno slip rosso che faticava enormemente a trattenere un coso che sembrava enorme, avvertii il suo intenso odore di maschio, chissà se qualcuno ci aveva mai messo mano, a parte lui, sentii un forte sospiro, sembrò leggermi nel pensiero.
– Sei la prima, amore.
Eccitata da quella affermazione che mi trasformava nella prima padrona del corpo del ragazzo che amavo, tuffai il viso sul suo inguine, baciai quelle mutande umide e un po’ puzzolenti – ma a me quell’odore piaceva da morire, un misto di urina e sperma che sintetizzava una virilità dirompente, una vitalità inarrestabile – e nel giro di un istante me lo ritrovai nudo, semieretto a un centimetro dalla punta del naso. Spuntava da una intensa peluria rossiccia: era grosso, roseo e stava su a meraviglia, era emozionato e partecipe, impaurito e orgoglioso.
– Coraggio, gioia.
Se lo prese in mano, mi fece capire cosa dovevo fare, voleva che glielo scappucciassi. Ci misi poco a sgusciarlo, anche se un po’ lo feci sussultare mi ritrovai il suo prepuzio nudo e violaceo a un millimetro dalla bocca, ero timida e inesperta, sebbene lo avessi sognato mille volte non avevo mai preso in bocca un pisello e il suo mi sembrava veramente enorme, era nodoso e lungo, grosso e duro, durissimo, ma anche odoroso, ancora di più adesso che era completamente libero, ci poggiai su un leggerissimo bacio, ma lui voleva di più e allora tirai fuori una puntina di lingua e lo sfiorai, poi diedi una prima leccatina a quella cappella gonfia, lui si spinse in avanti e me lo schiaffò tra le labbra, aprii la bocca e cominciai a leccare la coppola, con la mano destra lo masturbavo, lui con le dita mi allargò le labbra e me lo spinse dentro, capii cosa dovevo fare, spalancai la bocca evitando di toccarlo con i denti e lo presi fin dove potevo, pochi centimetri all’inizio, ma lui mi guidò, si fece strada, me lo cacciò dentro togliendomi quasi il fiato, ebbi un conato e lo tirò fuori.
– Succhialo piano. Come fosse una banana. Leccalo tutto attorno.
Parlava come un consumatore abituale di porno e ora capivo perché era così interessato a farmi vedere le scene dei pompini in quei giornaletti che procurava chissà dove e chissà come, e che avevamo letto con me distesa sul letto, a pancia sotto, per non fargli vedere quanto piccola fosse la mia erezione, e con lui seduto, a sfogliare le pagine sovrapponendo le sue mani alle mie e sfiorandomi le braccia nude con le sue, cosa che mi aveva eccitata da morire e costretta a una notte intera di seghe, per sfogare tutto il desiderio che avevo dovuto reprimere quell’altro pomeriggio.
Finalmente la pompa gliela stavo facendo sul serio, lui era lì, in mio possesso, leccavo l’asta e i coglioni, baciavo il ventre e l’inguine pelosi e lui mi strizzava leggermente i capezzoli e le tette, cosa che mi piaceva da impazzire, ancora di più mentre lo spompinavo avida.
– Prendilo, vengo, amore.
Lo disse avvertendo l’orgasmo incipiente e io non sapevo che fare, se ritrarmi o aprire la bocca, optai per la seconda e lui me lo piazzò dentro, mi mise entrambe le mani sulla nuca, dettandomi un movimento forsennato e facendo avanti e indietro tra le mie labbra, sentii la cappella che si dilatava, il buchino che quasi si ritraeva, fino a quando un primo fiotto caldo non mi schizzò dritto in gola, ma era niente rispetto a quello che arrivò un attimo dopo, un altro fiotto ancora più lungo e potente, che si incanalò dritto per l’esofago.
– Succhia, puttana, succhia!
Venne una quantità indecente di sperma, lo presi praticamente tutto in bocca, ingoiando per non soffocare e anche perché mi piaceva, mi faceva sentire tanto, tanto troia, ma poi ebbi un colpo di tosse, me lo tirai fuori e gli ultimi schizzi mi colpirono gli occhi e il collo, scivolando lungo le tette nude e che furono felici di ricevere anche loro una parte del piacere del mio amore.

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