le mie prime volte – 1 – spogliata

Lo provocai, sì, lo ammetto. Non dovevo, non dovevo farlo, ma lo feci. Piegarmi dal suo lato del tavolo, mentre stavamo seduti accanto, per far finta di prendere una matita, un temperamatite o una gomma sepolta nel bicchiere delle penne, mi “costrinse” praticamente a buttarmi addosso a lui, a scoprire ciò che fino a quel momento avevo strenuamente difeso. E che lui implacabilmente attaccò.
Io e Giovanni ci volevamo un bene dell’anima e sicuramente qualcosa di più, in quell’età confusa, ricca di turbamenti e sofferenze autentiche del fisico e dello spirito: lui mi piaceva, mi piaceva da morire e io piacevo a lui, lo sentivo, perché non perdeva occasione per trasmettermi le sensazioni di autentica gioia che gli dava lo stare con me, per ridere, scherzare e sempre più spesso toccare e baciare, cosa che non mi dispiaceva, non mi dispiaceva proprio per niente, ma non stava bene, non si doveva e non si poteva e tante volte, nella solitudine tiepida del mio letto le mie mani si sostituivano alle sue, mi accarezzavo le parti del corpo che a lui negavo con ostinazione e tenace resistenza, godevo sommessamente nel buio caldo e morbido delle mie lenzuola, dolci complici dei miei segreti più intimi.

Il pomeriggio del bicchiere – poi lo avrei ricordato per sempre così – era cominciato come tutti i nostri pomeriggi di studio: lui iniziava a toccarmi e io resistevo e anche quel giorno andò in quel modo, però poi, diversamente dal solito, lui mollò quasi subito. C’era qualcosa che non andava.
– Come va con Marisa? – chiesi con aria fintamente distratta.
Marisa era una a cui Giovanni piaceva, si vedeva a chilometri di distanza. Forse lui la ricambiava. Forse. A lui piacevo io, io ero meglio di Marisa, però lei era bionda, aveva gli occhi chiari, la pelle bianca come alabastro.
Marisa era Marisa. Io ero io.
– Mi ha invitato a casa sua. Domani pomeriggio infatti io e te non ci vedremo, vado da lei.
Non so dire cosa sia la gelosia, ma una sensazione di vuoto mi prese dal più profondo, come se una mano invisibile mi avesse aperto la pancia e me l’avesse svuotata d’un colpo e al tempo stesso avvertii una sensazione di bruciore su entrambe le guance, come se qualcuno mi avesse dato un paio di violenti ceffoni: ecco perché Giovi non mi calcolava, quel giorno. Maliziosa, volutamente provocatoria, nacque così l’idea del bicchiere: stando alla sua sinistra, piegai il busto obliquamente, sollevai il bacino dalla sedia e mi strusciai con la schiena sul suo torace. Sentii i suoi bicipiti che istantaneamente si gonfiavano: non si aspettava quel contatto e soprattutto quella condizione estremamente favorevole e che gli consegnava un oggettivo controllo del mio corpicino morbido e forse fin troppo sinuoso. Esitò e a quel punto anche io indugiai, rimanendo a frugare a lungo nel bicchiere con le dita della mano destra, in quella posizione, quanto mai scomoda per me, più che mai invitante per lui.
Da vera troietta, aspettai che si decidesse.
Resse una decina di secondi, poi sentii una mano che, furtiva, si poggiava sulla mia mammella, credo la sinistra. Contrariamente a quanto avveniva di solito, stavolta io feci finta di niente: non lo respinsi, non lo rimproverai, non dissi completamente niente e continuai a fare quel che stavo facendo, a cercare non so cosa in quel benedetto bicchiere e poiché non ci riuscivo – ma a trovare che? – decisi di cercare con entrambe le mani, sollevando così ancora di più il bacino dalla sedia. Immediatamente, l’altra sua mano scivolò sul mio sedere, esattamente nel solco tra i glutei.
Nemmeno stavolta dissi nulla: le inutili parole che troppe volte avevano represso i nostri desideri mi rimasero soffocate in gola; avevo negli occhi l’immagine di lui che sedeva accanto a Marisa, di Marisa che lo guardava negli occhi e lo accarezzava e allora continuai a cercare nevroticamente nel bicchiere, mentre lui mi palpeggiava in maniera adorabile prima una, poi l’altra tetta, premendole con enorme delicatezza e roteando dolcemente, con un movimento appena percettibile, la mano destra aperta e capace di trasmettermi una deliziosa sensazione di calore. Contemporaneamente la mano sinistra si era impadronita del mio culetto e, senza opposizione alcuna da parte mia, mi stava esplorando liberamente il fondoschiena, spingendo in alto prima solo il medio, poi anche l’anulare, e insinuandoli esattamente all’altezza del buchino. La pressione lì sotto all’inizio mi diede un tantino di fastidio, così come era accaduto le tante altre volte che lui o altri mi avevano palpato il sedere; poi però cominciò a piacermi, a piacermi veramente tanto: mi dava una sensazione di benessere mai provata prima, come se le sue dita porcelle mi fossero indispensabili per stare bene e come se quel doppio, contemporaneo palpeggiamento di tette e culo fossero la fonte di un piacere che avevo sempre rifiutato e nemmeno io sapevo bene perché.

Non so dire quanto durò. Avevo smesso di rovistare inutilmente nel bicchiere, ma stavo sempre in una innaturale posizione obliqua su di lui, i gomiti poggiati sul piano del tavolo, la schiena e le spalle appoggiate sul suo petto rassicurante, le mie tenere mammelle confortate dal morbido e sensuale tocco di una sua mano, il mio culetto appagato da quelle dita che si spingevano delicatamente verso su: era lui che comandava il gioco e quando feci per staccarmi mi trattenne, in quel silenzio bollente che era calato su di noi, rotto solo dall’ansimare lieve del suo fiato sul mio collo e dal gemere della mia anima turbata, ma realizzata dalle carezze del ragazzo che amavo.
No, davvero non so dire quanto durò: a me parve un’eternità ma saranno stati due, massimo tre minuti di muto trasporto, di stupenda passione, di complice e reciproca partecipazione. Mi riebbi tutto assieme, da quello stato di trance, quando mi accorsi che era riuscito, senza farmelo capire, a sfibbiarmi i primi due bottoncini della deliziosa camicetta bianca che indossavo quel giorno e che, aderente com’era, faceva risaltare le mie piccole ma acerbe forme: il contatto delle sue mani con la mia carne non lo avevo preso in considerazione; finché avevamo i vestiti indosso era come se non succedesse nulla, poi si scendeva sempre di più verso quello che ritenevo il precipizio.
Il tanto temuto punto di non ritorno.

– Aspetta.
Schizzai in piedi e il movimento brusco mi tirò un brutto scherzo, perché, per quanto fosse modesto, per le dimensioni più che per l’eccitazione, il gonfiore del pube sui pantaloni attillati mi costrinse a piegarmi goffamente. Lui non ebbe pietà.
– Signorina, si direbbe che ti sia piaciuto – disse crudelmente, puntando lo sguardo verso il mio inguine.
Tornai a sedermi, anzi mi sfasciai proprio sulla sedia. E lui, incattivito dal timore del mio millesimo rifiuto, non mi perdonava più niente.
– Anche a me è venuto duro – disse prendendomi ruvidamente il polso della mano destra – e ora che facciamo? – e mi portò la mano sul suo coso gonfio e sodo.
– Cazzo! – mi scappò.
– Lo puoi dire forte! – e mentre io ci tenevo sopra la mano, assaporandolo con un tocco voglioso, percorrendo col palmo la lunghezza della carne dura a stento trattenuta dai jeans, lui fece per tirarsi giù la lampo.
– No!
Schizzai di nuovo in piedi, feci due passi e misi fra me e lui la sedia.
– Ma mi spieghi perché?
E cosa c’era da spiegare, cosa c’era, cosa c’era, cosa dovevo spiegargli? Non risposi ma mi venne un’altra idea geniale: dovevo allontanare ancora, per quanto possibile, il precipizio.
– Vieni – gli dissi e lo presi dolcemente per mano, lui si lasciò condurre e mi misi dietro di lui, lui accettò il gioco e mi consentì di appoggiargli il mio gonfiore piccino fra i glutei. Pochi secondi: 20, 15, forse solo 10. Comunque un’inezia.
– Ora tu a me – sussurrai e invertii le parti, io mi misi davanti a lui, offrendogli letteralmente, sia pure con tutti i vestiti addosso, il culo. Lui non se lo fece dire due volte, si piazzò dietro di me, nel silenzio della mia stanza avvolta dal tepore di quel pomeriggio di autunno in cui io e Giovanni stavamo perdendo l’innocenza e scoprendo l’amore, sì, l’amore insostenibile che sentivo per lui. Fu dolce e delicato, mi prese per i fianchi e iniziò a muoversi piano dietro di me, premendo il gonfiore del suo pene tra la morbidezza del mio culetto e spingendo con colpi lenti ma decisi, mimando l’amplesso e dandomi la stupenda sensazione di ricevere dentro di me il membro del mio amore.
Con le mani poi si spostò: una me la mise sul pistolino, indovinandone il contorno piccolo, acerbo ma eccitato, l’altra sulle mammelline naturali, le minne, le chiamava lui, che avevo dolci e rosee e che avevo massaggiato mille volte pensando a lui, ma ora avevo l’originale delle sue mani, che le palpeggiavano senza ritegno. Di nuovo quella sensazione di appagamento, di benessere.
Non avevo riaffibbiato i due bottoncini che prima lui era riuscito furtivamente ad aprire. Sentii che stava attaccando il terzo. Ebbi un moto di ribellione, ma in quella posizione non era facile impedirgli di fare qualsiasi cosa. E io non feci nulla per fermarlo. Il terzo bottone si arrese dopo una breve lotta tra lui e l’asola della camicetta. Il quarto fu attaccato immediatamente dopo: era quello che avrebbe fatto cadere le residue barriere, che avrebbe consentito alle sue mani di penetrare sotto la camicetta e di impadronirsi della mia carne nuda, dei capezzoli che fino a quel momento lui – e tanti altri – avevano assalito e torturato sempre con la protezione della stoffa e che ora stavano lì, gonfi, duri e dilatati, ad aspettare le sue dita calde, ma il quarto bottoncino offriva una dura e fiera quanto indesiderata resistenza. Era l’ultimo baluardo della mia innocenza, un passetto più avanti c’era il precipizio, mentre i colpi al mio fondoschiena si facevano più incisivi, spingeva su per il buchino, a stento protetto dai suoi e dai miei jeans, il pisello gonfio, di cui potevo misurare col culetto dimensioni, diametro, durezza…
– Aspetta – dissi e scostai le sue dita – aspetta – e sentii che lui si bloccava, d’un tratto non spinse più, le sue mani avevano smesso di esplorarmi, di titillarmi, di eccitarmi.
– Ecco, ora puoi.
Avevo sfibbiato io il quarto bottoncino.

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