L’addestramento di una sissy slave – 8

Un mese di femminilizzazione, servitù e addestramento presso Domina Melany (Dea dalla Pelle d’Ebano e stupenda Mistress Transex professionista), per la tenera sissy slave Monique. – Giorno 15/prima parte.

Andando avanti nella notte l’atmosfera si è un bel po’ riscaldata. Per le scale è un continuo viavai di gente che sale e che scende, segno che si comincia a fare sul serio. Particolarmente impegnate sono le tre slaves femmine, ovviamente, ma anche gli altri si danno da fare. Anche in sala oramai si fa sesso apertamente, in piedi, sui divani, poggiati su qualunque superficie minimamente disponibile.

In tutto questo la Padrona si fa coinvolgere molto poco, ad eccezione di una sola occasione nella quale uno slave avvicinatosi carponi, dopo averle baciato rispettosamente i piedi, chiede il permesso e l’onore di poter prendere in bocca il “gioiello” della mia Signora, che accetta.
Alzo il capo dal ventre di Melany, su cui era poggiato, e faccio spazio al tipo.

Una volta slacciata la parte di corsetto che lo custodiva, il Pitone Nero della mia Padrona si mostra in tutta la sua imponenza. Lo slave, trovatosi di fronte a tanto splendore, deglutisce a vuoto per lo stupore, poi inizia a leccarlo lentamente. Mi trovo ad osservare da pochi centimetri di distanza, ipnotizzata dalla sensualità della scena. La mia Signora intuisce il mio senso di frustrazione e, passatami una mano dietro alla nuca, mi spinge il capo verso quello dello slave, ad unirmi a lui.

Lavoriamo contemporaneamente quel cazzo stupendo, le nostre lingue ne percorrono ogni lembo libero, si sfiorano, s’intrecciano dopo essersi rincorse sull’asta che va inturgidendosi, sui testicoli grandi come uova rigonfi di sperma, sul glande nero e lucente. Ci alterniamo a ingoiare quel glande a turno, poi intrappolandolo tra le nostre due bocche avide nel più lascivo dei baci, mentre le lingue guizzano attorno ad esso massaggiandone la vellutata consistenza. Il profumo di quel sesso mi stordisce, nella mente soltanto l’urgenza di bere al più presto da quella fonte.

-Piano adesso, rallentate…continuate pure così, ma piano…

Mi costringo mio malgrado ad obbedire alla richiesta della Padrona, intuendo da queste parole che non ha ancora intenzione di venire. Altrettanto fa il mio “fratello di lingua”. Rallentiamo pertanto la nostra azione combinata, limitandoci a mantenerla in quello stato di prolungata erezione ancora per diversi minuti, fino a quando:

-Basta per il momento. Monique, aiutami a riallacciare il corsetto.

Lo schiavo, dopo aver ringraziato la mia Signora baciandole nuovamente i piedi, si allontana carponi così come era venuto. Sono costretta ad attendere ancora diversi minuti prima che il Dio Serpente riacquisti dimensioni tali da poter essere di nuovo confinato nella propria tana.
Mi allungo nuovamente sul divano accanto alla Padrona, con la guancia sinistra poggiata sul suo sesso, in atteggiamento vagamente possessivo. Lei mi lascia fare.

***

E’ stato appena annunciato che tra poco, prima di un ultimo brindisi, si procederà con la somministrazione delle punizioni agli slaves. Tutti i presenti sono stati invitati a scendere nella sottostante sala seminterrata. Prima è stato facile fare la coraggiosa, ma adesso che il momento è arrivato, provo una sensazione di vuoto allo stomaco e ho le gambe che mi tremano leggermente.

La Padrona mi sta porgendo un bicchiere quasi pieno fino all’orlo di un liquido ambrato, credo sia whisky.

-Bevi questo, Monique, ti aiuterà, vedrai…

Lo Mando giù di un solo sorso, anche se quasi mi strozzo. E’ whisky, penso anch’io che mi aiuterà.

Al seminterrato c’è una grande sala, anche questa scarsamente illuminata. Mi ricorda un po’ lo sala ricevimento della Padrona. Anche qui infatti le pareti sono tappezzate da strumenti sadomaso, non c’è il grande letto ma ci sono le classiche attrezzature di un vero e proprio Dungeon: una croce di S. Andrea, una gogna, lettino in stile “medical”, catene che pendono dal soffitto. Le pareti sono tinteggiate di nero, così come nero è il pavimento, in gomma. Forse non si tratta tanto di scarsa illuminazione, quanto del colore stesso dell’ambiente a dare tale impressione.

Al centro della sala è stato fatto spazio ad un cavalletto imbottito, ricoperto di cuoio, anch’esso, immancabilmente, nero. Noto subito che alle quattro zampe sono assicurate altrettante catene, agganciate a polsiere e cavigliere di cuoio, regolabili.

Man mano che le persone arrivano. dal piano superiore, prendono posto lungo i quattro lati della sala, disponendosi spalle alle pareti. Il centro della sala viene lasciato libero. La maggioranza è in silenzio, altri bisbigliano tra loro, ma sottovoce.

Altri tre slaves, oltre me, hanno il guinzaglio agganciato al collare. Due uomini e una donna. Veniamo condotti dai rispettivi Padroni al centro della sala e lì fatti inginocchiare. I Padroni a questo punto sganciano i guinzagli e si ritirano anche loro al margine. Rimaniamo soli.

A quanto mi è dato di capire, quindi, siamo in quattro a condividere la stessa sorte. Saremo accusati, giudicati e puniti proporzionalmente alle nostre “colpe”, davanti agli occhi di tutti.
Il whisky ha cominciato a fare effetto, non sono abituata a bere e sento che sta già dandomi alla testa.

Ancora una volta prende la parola il Master della Serata, che si prolunga sulla necessità di infliggere giuste punizioni agli slaves che avessero commesso delle mancanze e bla bla bla… Troverei la cosa abbastanza ridicola, se non fossi proprio io, una di quegli slaves. Ciò mi fa riconsiderare la cosa in maniera decisamente più seria.

Non presto molta attenzione a quanto sta blaterando, fino a che un passo del suo discorso attira la mia attenzione:

-…e quindi da questo anno abbiamo stabilito che gli slaves abbiano la facoltà di sottrarsi al castigo ed abbandonare questo consesso, pena l’espulsione, loro e dei loro Padroni, dalla nostra comunità, a titolo definitivo…

Ohccazzo! Ma questo mi salverebbe! Cerco con lo sguardo Melany. Leggo la mia stessa sorpresa nei suoi occhi. Molti dei presenti dovevano essere all’oscuro di questa nuova regola, perché dalla folla si leva un mormorio di commenti.

Il Master continua il suo discorsetto per qualche altro minuto, ma non lo sto più ascoltando. Sto solo valutando se mi convenga approfittare di questa insperata occasione che mi si sta presentando, oppure no. Da un lato sono tentata di abbandonare baracca e burattini, salutare tutti e risparmiarmi questa prova che tanto mi spaventa, da un altro provo come un senso di colpa nei confronti di Melany, che è stata così dolce con me. La guardo per cercare di carpirne il pensiero, ma ostenta un’espressione impenetrabile. Sono combattutissima, non so cosa fare…per il momento decido di temporeggiare, nonostante la paura e tutto. Vediamo magari prima di che morte si deve morire…

Veniamo fatti disporre in ordine di giudizio: se non erro, sarò l’ultima a venire giudicata. Meglio, vuol dire che avrò più tempo per prendere una decisione.

Il primo slave ad essere rimandato a giudizio è un bel ragazzo, giovane, sulla ventina, a occhio. La sua accusatrice, una Ospite sulla cinquantina, gli imputa di essersi dimenticato di procurarle il drink richiesto, ad un determinato momento della serata.
Sentita l’accusa, Il Master della Serata chiede ai presenti (ma non all’imputato…) se qualcuno avesse mai qualcosa da dire a discolpa dell’imputato. Silenzio.
All’Ospite a questo punto viene data facoltà di richiedere una giusta pena affinchè possa sentirsi pienamente soddisfatta. L’ospite sembra dapprima un po’ indecisa, poi richiede che siano inflitti allo smemorato slave 10 colpi di paddle sulle natiche nude. Si rifiuta però di comminare lei stessa la punizione, lasciando al Master della Serata l’incombenza.

Lo slave non si sottrae alla punizione. Viene fatto accomodare sul cavalletto, legato mani e piedi alle quattro zampe e gli viene abbassato lo stretto paio di shorts in latex che indossa fino ad esporne il posteriore, nudo. Il Master sceglie un paddle scuro, all’aspetto molto pesante, e inizia a portare vigorosi colpi metodici, cadenzati. Ogni colpo viene contato ad alta voce in coro da tutti i presenti. Osservo il culo nudo del condannato farsi consecutivamente rosa, rosso, viola, sotto i colpi. Sopporta piuttosto stoicamente, nel complesso, ma quando lo liberano noto che ha gli occhi lucidi e le labbra serrate. Si inginocchia davanti alla propria accusatrice e le bacia i piedi, poi è libero di unirsi agli astanti.

Sono abbastanza impressionata: se per una sciocchezza come dimenticare di servire un drink gli sono stati inflitti ben 12 colpi così duri, cosa arriveranno a chiedere per me, che sono accusata di ben altro?!

Seconda ad essere giudicata è la slave femmina, una donna di mezza età dalle curve provocanti. Viene accusata, da uno dei Dom, di essersi rifiutata di fornire le richieste prestazioni anali, adducendo motivazioni inconsistenti. La cosa viene considerata molto grave, evidentemente, perché le viene comminata la pena di 12 colpi di canna più l’obbligo di doversi sottoporre a sesso anale con chiunque, tra Dom e Ospiti, ne abbia volontà.
Anche in questo caso, la slave non rifiuta la punizione, lasciandosi legare al cavalletto. Dapprima le vengono somministrati i 12 colpi di canna direttamente dal Dom offeso, che passa poi a lubrificarle l’ano con una crema raccolta da un vaso disposto su un treppiedi lì accanto. Si fanno avanti, oltre al Dom offeso stesso, altri tre soli Dom, tra cui una donna munita di cintura fallica, che, a turno, provvedono a possederla analmente.

Stesso rito del bacio dei piedi anche per lei.

Tocca al terzo slave, un uomo di mezza età, calvo, completamente depilato, che porta pesanti anelli di metallo a polsi e caviglie e per il resto completamente nudo. Ad accusarlo è la sua stessa Padrona, una virago tutta muscoli e dal seno enorme, evidentemente rifatto, con indosso un completo di latex rosso. Sarebbe stato sorpreso a bere, non autorizzato, alcolici nel corridoio del primo piano. Lo schiavo prende posto sul cavalletto ancor prima del giudizio, suscitando l’ilarità generale. Vengono comminati anche a lui 12 colpi di canna, che sopporta allegramente, quasi con piacere.

Bacio dei piedi particolarmente prolungato, nel suo caso, seguito da applauso generale.

Sono rimasta solo io, nel mezzo della sala.

Si fanno avanti la Stronza, Alina, e il suo degno compare, il muscoloso quanto ottuso Dom Luca.
Lei mi accusa di lesioni personali volontarie, lui conferma le accuse di lei e in più rincara la dose sostenendo che io abbia osato (!!!) sottopormi alle sue attenzioni in maniera sgarbata e visibilmente controvoglia (ma porca di quella…)

Richiedono pertanto che io mi debba sottoporre a a ben 20 colpi di bullwhip (una pesante frusta di cuoio intrecciato) somministrati da lui e a fisting, ad opera di lei.

Mi sento mancare il respiro. So che la bullwhip fa molto male e 20 colpi sono tantissimi, ma l’idea di dovermi sottoporre al fisting operato da quella matta di Alina mi lascia addirittura atterrita. Cerco ancora una volta con lo sguardo Melany che però è una maschera di cera. Mi viene chiesto se voglia sottrarmi alla punizione, abbandonando. Ho il cuore in gola, mi fischiano le orecchie dalla paura, esito…
Faccio cenno di no con la testa.

Mi lascio legare al cavalletto, sarà quel che sarà, ma non posso esporre Melany ad una vergogna simile abbandonando adesso. Guardo Alina, la Stronza. Ha l’aria soddisfatta della piccola, sporca, carogna che sta per avere la sua meschina rivincita. Mentre il caro Luca abbranca la bullwhip, sta già infilandosi un paio di guanti di lattice, mi guarda con odio (ma che le ho fatto!?!).

I colpi di bullwhip piovono secchi da mozzare il respiro. Mi ero imposta di non emettere nemmeno un suono ma dopo appena una mezza dozzina sto urlando di dolore, implorando pietà. Come ho già avuto modo di dire, non sono un cuor di leone, ma, ad onor del vero, fanno VERAMENTE male. Il prode Luca ce la mette tutta, sento la frusta sibilare e poi abbattersi su di me, il dolore è lancinante, insopportabile, i colpi si susseguono uno dopo l’altro, non so quanti ne manchino, ho perso il conto, le gambe mi tremano incontrollabilmente, mi accorgo di star piangendo come una ragazzina…

Il “click” che sento è quello del moschettone del guinzaglio che s**tta agganciandosi al mio collare. I colpi cessano. La gente ha smesso di contare ad alta voce. C’è solo silenzio ora.

-Basta così, è troppo. Ritiro la mia slave.

E’ la voce della mia Signora, quella che sento. Vengo liberata, aiutata a rimettermi in piedi. Riesco a riguadagnare abbastanza lucidità per guardarmi intorno. Come in un sogno registro queste immagini:

Il prode Luca, rimasto con la frusta in mano, che guarda la mia Signora. Lei che lo fulmina con lo sguardo, lui che abbassa gli occhi.

L’isterica Alina che sta urlando che di non aver ancora avuto il suo risarcimento, che così non vale… Un paio di persone non meglio identificate che la trattengono dicendole che non può farci niente: sono le regole.

La mia Signora che si volge verso l’isterica Alina e che, con tutta la calma del mondo, le sibila:

-Attenta, donna, ho sopportato anche troppo, se dici una sola altra parola dovrai vedertela con me.

La dolce Alina che si confonde, smette di dare di matta e si zittisce.

I padroni di casa che si scusano, quasi convulsamente, con la mia Signora, sull’uscio.

Il nostro autista che ci apre lo sportello della macchina, che ci aiuta ad entrare e che si mette al volante.

Melany che mi tiene stretta tra le braccia per tutto il tempo che ci vuole per arrivare a casa.

Io che mi abbandono in quell’abbraccio, in un pianto liberatorio.

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