LA VICINA

admin   10 febbraio 2017   Nessun commento su LA VICINA

Avevo da poco aperto gli occhi, era domenica mattina, gli avvolgibili chiusi non lasciavano entrare neanche uno spiraglio di luce. Primavera. Dev’essere una bella giornata, sentivo in lontananza le voci dei bambini che giocavano nei cortili delle case accanto. Ho sempre amato fare la cuccia sotto le coperte quando posso permettermi di crogiolarmi nel letto fino all’esasperazione, fino alla noia, fino a quando la sete, o la fame, o la voglia di pisciare o di cagare mi costringono ad alzarmi. Se non fosse per i bisogni fisiologici molte domeniche le avrei trascorse interamente a letto, in quello stato di torpore che avvolge il corpo e l’anima come in un soffice manto di piume. Ma quella domenica non ebbi neanche modo di pregustare il piacere dell’ozio che fui subito svegliato dallo sgraziato suono del campanello. Dovetti alzarmi per guardare la radiosveglia che di solito il sabato notte, prima di infilarmi nel letto, ruoto verso il muro in modo da non avere il mattino seguente alcun riferimento temporale. Sono le dieci. Mi viene da chiedermi se sia lecito rompere i coglioni alle dieci di domenica mattina e se fosse altrettanto lecito ignorare l’antipatico campanello e rimettersi sottocoperta. Poi pensai che chiunque fosse avrebbe sicuramente insistito. Decisi di indossare qualcosa e mi diressi verso la porta. Guardai dallo spioncino e sorpresa delle sorprese, era una delle vicine di casa, l’ultima arrivata. Una giovane donna che si era trasferita da poco in paese, divideva un terra tetto con altre tre ragazze, tutte studenti universitarie. Spesso dalla loro casa giungono gli echi delle loro festicciole. Ho sempre pensato che in quella casa si facessero grandi scopate ma non ho mai attaccato briga con nessuna delle inquiline. A dire il vero, nonostante il continuo andirivieni di femmine, non ne ho mai vista una che mi facesse impazzire e forse è stato meglio così, visto il mio passato burrascoso. Preferisco andarmi a cercare i miei sfoghi sessuali lontano da questo posto del cazzo dove ogni scoreggia di troppo viene registrata e trasmessa a tutti i benamati concittadini. Però questa nuova morettina, ad essere sinceri, aveva qualcosa di particolare. Lo notai fin dalla prima volta che la vidi, dall’ortolano, circa un mese fa. Da allora mi è capitato frequentemente di pensare a lei, mi ci sono anche masturbato qualche volta, pensando a quella carnagione così bianca, a quell’aria quasi sciupata, vagamente trasandata, dalla quale però t****la un senso d’innocenza, di purezza, si, dev’essere una grande troia a letto. Ecco la prima cosa che ho pensato di lei, quel giorno, dall’ortolano, poi ci guardammo per un attimo, ci sorridemmo, lei pagò ed uscì. La rividi al bar qualche giorno dopo, stessa dinamica, io stavo entrando mentre lei usciva. Per un attimo i nostri sguardi rimasero attaccati. Pensai che con questa si poteva imbastire qualcosa, ma dopo lasciai perdere nel nome della decisione presa ormai da tempo di non fare altri danni. Decido di farla entrare, mi sistemo la giacca da notte, infilo le ciabatte e vado verso il citofono, le do il buongiorno, lei si presenta dicendo semplicemente che si chiama Martina, che abita nella casa accanto, che ci eravamo visti qualche volta in paese e che voleva parlarmi se solo avessi avuto qualche minuto da dedicarle, io risposi che mi ricordavo di lei e le dissi di entrare. Schiacciai il pulsante per aprire il cancello, aprii la porta e le sorrisi. Lei mi sorrise. Era innocente e bella. Entrò, si chiuse la porta dietro le spalle, stavo per chiederle a cosa fosse dovuta questa visita inaspettata ma sulla prima parola mise l’indice della mano destra sulle mie labbra facendomi segno di stare zitto con l’altra mano, poi prese a parlare. Mi disse di non dire una parola e continuò: “Oggi pomeriggio me ne vado per sempre, non ci rivedremo, mai più. Sono venuta a salutarti. A modo mio. Vedi, queste sono le mie mutande…”, lo sguardo le cambiò, si fece diabolica, tirò fuori dalla tasca della gonna un paio di mutandine strappate, rimasi come un cretino, inebetito nel vedere quell’angelo timido e solitario tramutarsi così di botto in una piccola diavoletta assetata di sesso, “…si, ciccio, sotto la gonna c’è solo il pelo della mia fica umida. Ora. Ascoltami bene. Se dici una parola, se non fai esattamente quello che ti ordinerò di fare, urlerò come una pazza, come una forsennata, chiederò aiuto e se nessuno accorrerà in mio soccorso, scapperò nuda nel mezzo di strada dicendo che mi hai attirata in casa con una scusa e che poi hai tentato di violentarmi. Allora, ciccio, che dici, vuoi diventare il mio balocco oppure vuoi prima che ti dia un saggio di quanto sappia urlare bene?”. Capii che doveva essere una di quelle a cui piacciono certi giochetti. Anche a me non dispiacerebbero, infondo era sempre stato un mio desiderio sperimentare certi tipi di fantasie, avevo anche provato a proporli alle mie fidanzatine ma tutte le donne che mi erano fino a quel giorno capitate sotto mano si erano sempre mostrate reticenti. Ed ora ecco che senza avere mosso un dito e senza aver cercato nulla la possibilità di dare anima e corpo a certe fantasie m’era entrata in casa alle dieci di una domenica mattina di primavera. A volte la vita ci sorprende. Decisi di stare al gioco nella parte del povero oggettino sessuale costretto per mezzo di un ricatto al totale assoggettamento della propria volontà alle bizzarrie della propria carceriera e pensai anche che così facendo, intendo facendomi vedere sottomesso non per piacere ma per essere rimasto incastrato dal suo perfido ricatto, lei si sarebbe ulteriormente eccitata. I giochi danno maggiore soddisfazione quando sembrano veri. Molto intrigante. Ero eccitato da morire. Le dissi con voce impaurita che avrei fatto tutto quello che mi avrebbe chiesto e la pregai assolutamente di non gridare, di non chiamare aiuto, perché per me sarebbe stata la fine. Ed in effetti se questo fosse accaduto sarebbe stato per davvero un grosso casino, visto che su di me pendeva una denuncia per m*****ie sessuali per una storia avuta qualche anno prima con una minorenne i cui genitori, scoperta la tresca, non avevano sentito storie ed avevano proceduto per vie legali costringendomi a mollare tutto e tornare in questo cazzo di paese di merda. Ma lei questo non lo poteva sapere. Nessuno lo sapeva, anche perché fortunatamente i genitori si mostrarono in seguito molto più comprensivi di quello che potevano sembrare all’inizio e si accontentarono di vedermi far fagotto e levarmi dai coglioni. Quindi, c’era un po di paura nello stare a quel giochetto e forse era proprio quel brivido a rendere lo scenario ancora più intrigante. Intimò con voce bassa e ferma di spogliarmi immediatamente. Tolsi la giacca e la lasciai cadere per terra. Sfilai il pigiama, poi la canottiera, tolsi i calzini, restai in piedi innanzi a lei che mi guardava compiaciuta e severa. Sfilai i pantaloni del pigiama, poi le mutande. Ero nudo innanzi a lei, con le braccia che scendevano lungo i fianchi, il cazzo in erezione. La guardavo fissandola, era in controluce innanzi al portone di casa dai cui vetri entrava la prima luce di primavera, a malapena individuavo la fattezza delle sue labbra, più che altro le immaginavo per come le avevo viste. Rosse. Carnose. Morbide. Desideravo intensamente che si mettesse in ginocchio innanzi a me e che me lo prendesse in bocca. Sarei venuto immediatamente. Le avrei stretto i capelli coi pugni costringendola a farselo entrare tutto in bocca, fino alla gola, come quella volta con Luisa che durante l’eiaculazione ebbe un conato di vomito e vidi i suoi occhi gonfiarsi di lacrime mentre un rigolo di sperma le usciva dal naso. Ingoiò tutto e volle continuare a succhiarmelo fino a farmi venire di nuovo. Martina aveva altri progetti. Mi chiese di inginocchiarmi. Lo feci. Poi alzò la lunga sottana e disse: “Ti piace la mia fica? Vorresti leccarla? Stanotte mi sono masturbata e stamani non me la sono nemmeno lavata. Assaggia un po. Avanti. Metti le mani dietro la schiena e comincia a leccare”. Mi avvicinai, tirai fuori la lingua e diedi una prima leccata. Era acida, l’odore acre. Una fica che sa di fica. Gli passai la lingua intorno alle grandi labbra, poi sul clitoride. Lei mi disse che voleva sentire la mia lingua dentro. L’accontentai. Mi chiese di metterci il naso, volle che sfregassi il pizzo sul suo clitoride, mi prese la testa tra le mani premendola contro il suo ventre, i miei capelli erano intrisi dei suoi umori, mi chiese di cominciare a leccarla a partire dai piedi, si tolse una scarpa, il piede era nudo, sentii entrarmi prepotentemente l’alluce in bocca. “Succhia, ciccio, succhia.”. Glielo succhiai, lo mordicchiavo, poi passai in rassegna tutte le altre dita. Si era appoggiata con la schiena al muro, mi porse la piante del piede, voleva essere leccata ed io la leccai, la presi a piccoli morsi al limite del dolore, avevamo stabilito un tacito accordo per cui quando sentiva troppo male mi tirava i capelli, a volte io continuavo a mordere con più forza e lei stringeva ancora di più il pugno facendomi ancora più male, come fosse una gara di resistenza al dolore. Lei doveva essere molto allenata, mi arrendevo sempre io, e dopo che avevo mollato la presa sulle sue carni mi dava un’ultima stretta, come per infliggermi la stoccata finale del vincitore. Presi poi a leccare la caviglia. Alzò la gamba, le mordicchiavo il polpaccio, fino alla parte posteriore del ginocchio. La mia posizione era scomoda, il collo ruotato al massimo delle sue possibilità cominciava a farmi male, volle che le mordicchiassi il ginocchio. Mi chiese di passare dall’interno coscia, di ruotare la lingua. Voleva sentire la pressione della mia lingua sulla sua coscia, presi a morderla nuovamente e lei ancora a tirarmi i capelli come fosse disposta a strapparmeli e più mordevo e più tirava, finché, lacrime agli occhi, mollai di colpo la presa mentre cacciai un breve urlo. Ero eccitato da morire, quella situazione di completo abbandono alla sua volontà mi faceva provare una sensazione nuova, maledettamente eccitante. Stavo per venire, glielo dissi, lei mi rispose che non gli interessava una cazzo del mio orgasmo, del mio piacere, anzi, aggiunse che qualora se ne fosse accorta si sarebbe messa ad urlare a squarciagola, avrebbe aperto la porta e mi avrebbe consegnato al paese bagnato dal mi stesso sperma. Era maledettamente intrigante questo gioco. Cominciai ad ansimare come un cavallo da corsa all’ultimo giro, lei mi chiese di rallentare la mia corsa dalla coscia verso la fica. Avrei voluto venire mentre le infilavo la lingua dentro e magari stringerle le natiche con le mani, metterle un dito nel culo, come facevo con Piera. Invece mi tenne la lingua e il respiro sulla coscia, chiedendomi di mordicchiarla, di ruotare sempre più velocemente la lingua, cominciò ad emettere dei gemiti, mi tirava i capelli, mi stringeva i lobi delle orecchie e quando si accorse dal mio respiro che stavo per venire, mi strinse la testa tra le cosce impedendomi di dargli un’ultima furtiva leccata sulla fica. Venni. In silenzio. Come lei aveva ordinato. Lo sperma schizzò sul pavimento. Nella bocca secca il sapore della sua fica. Mi facevano male le ginocchia, i muscoli addominali, il collo. Avrei voluto sdraiarmi insieme a lei sul letto per qualche secondo di riposo e poi scoparla, scoparla, scoparla, avevo voglia di metterglielo nel culo. Feci per alzarmi. Mi bloccò: “Cosa fai? Ti ho detto forse di alzarti? Ora puoi leccare, ciccio”. Allargò le gambe liberandomi la testa, tirai fuori la lingua e cominciai a leccargli di nuovo la fica. Ero appena venuto e quello stimolante ed eccitante afrore di fica non lavata ora mi pareva più acido, più acre. Gli puzzava la fica. Davvero quella troia non se l’era lavata. Magari stanotte avrà pure scopato e tra tutti gli umori che mi sono finiti in bocca c’erano forse anche qualche milione di spermatozoi di qualche giovinetto oppure la saliva del suo vecchio professore di filosofia che di tanto in tanto si ripassa per il gusto di vedere come scopano gli uomini vecchi e colti. Mi faceva un po schifo, ebbi un po di nausea. “Ehi, ciccio, guarda che non ci stai mettendo la passione di prima. Vuoi che cominci ad urlare come una pazza?”. Bastarono queste poche parole per farmi tornare la voglia di giocare. Ripresi a succhiare la sua fica con più avidità, ancora un po controvoglia, ma senza darlo a vedere. Dopo un po il desiderio si riaccese di nuovo. Muoveva il bacino e gemeva. Le mordicchiavo la fica, gli passavo la lingua sul clitoride, gliela mettevo dentro e la ruotavo ora in un senso, ora nell’altro. Il respiro mi si fece nuovamente grosso, lei se ne accorse. Mi tenne ancora per un po sulla sua fica. Mi riscaldò fino al punto giusto e poi d’un tratto, proprio quando sentivo che sarei potuto venire nuovamente, mi fermò: “Basta ora! Voltati! Mettiti a quattro zampe, fai qualche passo e fermati!”. Eseguii esattamente i suoi ordini. Si avvicinò, sentivo i suoi piedi scalzi poggiare e staccarsi dal freddo marmo, si era tolta anche l’altra scarpa. Aveva delle scarpe molto eleganti con un altissimo tacco a spillo. Si fermò. Ci fu un attimo di silenzio, come se stesse pensando a qualche altro ordine da impartirmi. Non disse nulla, sentii soltanto qualcosa di freddo e duro premere contro il mio ano. Istintivamente mi venne di contrarmi. Sentivo premere con più forza. Poi disse: “Non voltarti… Allarga il buchino del culo, Ciccio e lasciami entrare”. Cominciavo a sentirmi un po a disagio. Ma ero talmente eccitato che qualsiasi cosa mi avesse chiesto, l’avrei fatta senza discutere, almeno era questo quello che pensavo. Qualsiasi cosa. Sono disposto a tutto. Quindi, obbedii, rilasciai lo sfintere anale. Sentii un corpo freddo e duro entrarmi dentro per una decina di centimetri. Premeva contro la prostata. Mi faceva male. Ne dedussi che doveva essere il tacco della scarpa, poi, quando sentii la suola premermi sui glutei, ne ebbi la certezza. Mi stava sodomizzando con il tacco di una delle scarpe che si era tolta. Sentivo il tacco ruotare in un senso e poi in un altro. Lo toglieva fino a farlo uscire e poi lo inseriva di nuovo dentro. Mi chiese di appoggiare il petto sul pavimento e di mettere nuovamente le braccia dietro la schiena. Provai a farlo, il marmo era freddo, lo trovavo eccitante, poi mi chiese di allargare di più le gambe e di drizzare le ginocchia in modo da sorreggermi sulle dita dei piedi. La posizione era scomoda, la testa ruotata verso destra, volle che la drizzassi, appoggiando il mento in terra. Provai ad assumere quella scomoda posizione. Le farfugliai che non ce la potevo fare per molto. Lei mi rispose semplicemente che se non avessi obbedito avrebbe gridato e che mi avrebbe concesso di cambiare posizione non appena fossi venuto. La sua voce era calma, quasi comprensiva, compassionevole. Come si fa con i bambini quando devono fare gli esami del sangue promettendogli la ricompensa se saranno bravi. Ero nuovamente sull’orlo dell’orgasmo. Di tutte le scopate fatte finora quella, che a dire il vero non era nemmeno una scopata, era senza ombra di dubbi quella che mi sarei ricordato più a lungo. Cercai di tenere la posizione. Lei riprese a muovere il tacco della scarpa più in profondità, avevo quasi la sensazione a volte che mi entrasse in vescica, mi accorsi anche che avevo voglia di pisciare, la sera prima mi ero sbronzato ed ora avevo la vescica piena. Con l’altra mano poi prese a stringermi i testicoli. Mi tirava la pelle dello scroto. Mi schiacciava le palle nel pugno come per impastarle, poi stringeva uno alla volta i testicoli con le dita fino a procurarmi dolore che manifestavo emettendo dei gemiti e contraendo i glutei, da dietro me lo prese in mano e cominciò a tiralo verso di se. Mi faceva un gran male. Non avrei potuto res****re a lungo senza lasciarmi cadere sul pavimento e cominciai a chiedermi qualora fosse accaduto se lei si fosse veramente messa a gridare. Decisi di provare a flettere le ginocchia per trovare una posizione più comoda, ma lei non me lo permise, disse solo, con la solita voce compassionevole, di res****re ancora un po, poi prese a stringere forte il suo pugno sul mio cazzo e muoverlo velocemente. Sentivo che stavo per venire, decisi di res****re ancora un po prima di lasciarmi andare, mi tolse la scarpa da dietro e ci mise le dita facendole premere ad intervalli regolari sulla prostata, cominciai ad emettere gemiti di piacere e di dolore, poi lei s’inginocchio e sentii la sua calda bocca avvolgermi i testicoli e stringerli tra la lingua ed il palato, stavo per venire, mi lasciò il cazzo e continuò a succhiarmi i coglioni. Venni urlando. Nuovamente lo sperma spruzzò sul pavimento. Caddi sfinito per terra. Pancia in giù. Sui miei liquidi. Ora sentivo ovunque il dolore. Ero esausto. Basta. Non avevo più voglia di giocare. Lei era silenziosa dietro di me, aveva tolto le dita dal mio ano e sentivo che le stava sfregando sui miei glutei come per pulirle. Le dissi che non ne potevo più, che così poteva bastare, avevo solo voglia di farmi una doccia e di tornare a letto per passare il resto della giornata a dormire. Stette in silenzio per una manciata di secondi e poi, contrariamente a quanto mi sarei aspettato, disse: “Ciccio, ma come, già stanco? Ma allora sei una mezza sega, questo non è che l’inizio!”. Risposi che mi ero belle e divertito e che ora bastava, bella storia, ma ora via, ognuno a casa sua. Lei aggiunse che sapeva tutto della mia denuncia e non mi sarei potuto sottrarre così facilmente al suo divertimento, tacque per un attimo e poi cacciò un urlo che mi sentii nelle ossa. Gridava davvero come una pazza, come se la stessero sgozzando. Mi venne subito di bloccarla gridando che mi andava bene, che avrei fatto qualsiasi cosa mi avesse chiesto purché smettesse di gridare. Finalmente si chetò. Ero sconvolto. Non era più un gioco. Fui colto da un lampo di terrore. Ero veramente in suo completo potere. Se ci avessero scovati in quelle condizioni, con i precedenti che mi ritrovo, nessuno mi avrebbe creduto, per me ci sarebbe stata solo la galera. Mi ero cacciato in vicolo senza uscita. Potevo solo obbedire fino infondo a quella pazza. Pensai che se avesse esagerato l’avrei uccisa. Dopo un attimo che mi guardava evidentemente scorse qualcosa di folle nei miei occhi e riprese a parlare dicendo che le altre ragazze sapevano che ero qui e che non mi sarebbe convenuto seguire strane idee. La pazza non era pazza, era un genio del male. Mi aveva veramente incastrato. E mi chiedevo fino a che punto avrei potuto sopportare, ma non mi diede il tempo di pensare troppo, aprì la bocca come per emettere un nuovo agghiacciante grido ed io con lo sguardo le feci capire che ero pronto nuovamente a giocare, anche se sapevo perfettamente che questa volta non sarebbe stato un gioco, si faceva sul serio e questo non mi faceva per nulla eccitare. Il pene si era ammosciato, tutto mi passava per la testa fuori che scopare. Avrei voluto essere al mare. Come avevo progettato ieri sera prima di uscire. Mi ero detto che se stamani mi fossi alzato presto e se fosse stata una bella giornata sarei andato al mare. Maledetta sbronza. Vaffanculo a quegli stronzi dei miei amici, se non gli avessi incontrati all’uscita del cinema me ne sarei tornato a casa, a mezzanotte mi sarei già infilato nel letto ed oggi sarei andato al mare, mentre quella troia avrebbe passato la giornata a masturbarsi con le sue amichette oppure a farsi i ditalini in chat. Vaffanculo. Vaffanculo. Interruppe nuovamente i miei pensieri: “Bene, visto che le mie piccole e graziose dita sono state nel tuo sudicio culo, succhiamele fino a pulirle per bene. Avanti ciccio, muoviti!”. Le mise innanzi alla mia bocca. Le presi a succhiare, le muoveva premendomi sulla lingua causandomi a momenti conati di vomito. Per un attimo pensai che sarebbe stata una bella vendetta vomitargli addosso, oppure stringere la morsa fino a staccargliele, quelle dita di troia. Poi le tirò via improvvisamente, si guardò intorno, vide per terra le mie sborrate: “Ma guarda, lo sai che lo sperma macchia i pavimenti. Sarà bene che tu pulisca…”, si avvicinò, “…con la lingua. Avanti, ciccio, lecca per terra le tue sbrodate!”. Stavo per alzarmi, mi fece cenno di rimanere per terra, a quattro zampe. Feci per muovermi, come una cane sottomesso a forza di legnate, mi fermò di nuovo e mi invitò a strisciare per terra. Il pavimento era freddo, mi portai con la testa nei pressi dell’ultima sbrodata, mi fece cenno di leccare, tirai fuori la lingua, leccai il mio liquido seminale, era ancora caldo, poi mi indicò l’altro sperma, era molto di più, anche perché non mi ero masturbato da quasi una settimana, ci misi la lingua sopra, era freddo, faceva ancora più schifo. L’unico pensiero che rendeva il tutto sopportabile era quello di ucciderla. Galera per galera, tanto vale farla fuori, ma non subito, no, deve soffrire. Ora mi alzo, gli tappo la bocca per evitare che si metta a gridare, poi la lego, la porto in cantina, la scopo, poi comincio a torturarla, con il manico della scopa. Si, glielo infilo su per il culo fino a farglielo sbucare in gola e mentre cercavo rifugio nei meandri della fantasia, si mise di nuovo sul piede di guerra pronta ad impartire nuovi ordini con la certezza che questi, a prescindere dalla loro dissennatezza, sarebbero stati eseguiti alla lettera. Mi aveva in pugno e comunque c’era in tutto questo un qualcosa che continuava a darmi, oltre al dolore ed al disgusto, un certo subdolo piacere. La troia era riuscita a tirar fuori dalle mie budella quel pizzico di masochismo che finora era rimasto latente per una vita intera. Avevo sempre saputo d’essere un po sadico, certe fantasie le ho sempre coltivate nel profondo del mio intimo tentando a volte timidamente di portarle a compimento con questa o con quella compagna che al momento mi paresse un po più disinibita, più perversa oppure semplicemente più troia delle altre. Mi è sempre andata male, in un modo o nell’altro, ho sempre trovato delle donne stile vecchia maniera dove anche un pompino era da considerarsi uno strappo alla regola. Vaffanculo! Magari se avessi trovato qualcuno un po più portata a certi tipi di giochetti avrei scoperto prima che non si può essere sadici senza essere almeno per la metà masochisti. Me ne stavo accorgendo proprio ora in questa situazione inverosimile. Ne era prova tangibile il mio cazzo che nonostante tutto aveva ricominciato a muoversi. Era già barzotto, sentivo il sangue pulsarmi dentro, capii che che sarei stato ancora al gioco, almeno finché il mio cazzo avesse continuato a pulsare. E mi chiedevo se potesse esigere da me cose davvero infattibili, insopportabili, talmente disgustose da farmi scegliere la via della ribellione. Quella via che senza alcuna ombra di dubbio mi avrebbe riportato dritto senza passare dal via sui banchi di un cazzo di tribunale. E pensai per un attimo al terrore di quella maledetta mattina di settembre, davanti a quei rispettabili signori con la toga in piega e la barba fatta che avrebbero deciso a momenti del mio futuro. E’ vero, non aveva ancora sedici anni ed io più di trenta, ma solo dio sa quanto le piacesse scopare con me, prendermelo in bocca e succhiare fino a tirarmi dentro il midollo spinale. Che pompini! Cazzo che pompini. Vaffanculo! Come trovo una che fa bene i pompini rischio la galera. Cazzo di un mondo ipocrita. Avrei dovuto nascere nell’antica Grecia, dove scoparsi un’adolescente altro non era che una cosa di cui vantarsi. Intanto smisi di leccare, il pavimento era lindo come quegli della pubblicità. Mi disse che ero bravo a leccare. Bella scoperta del cazzo! Mi fece cenno di mettermi a quattro zampe, mi saltò in groppa, sentivo il pelo umidiccio della sua fica piantarsi sulla mia colonna vertebrale, mi chiese di portarla un po in giro per la casa, mi afferrò i capelli con le mani come fosse la criniera di un cavallo, tirava ora di qua ora di la a seconda di dove le interessasse andare. Quella fichettina umidiccia che mi si stropicciava sulla schiena me lo aveva fatto di nuovo rizzare. Pensai che allora ero davvero uno stronzo. Ogni tanto mi sculacciava, come per farmi andare più forte. Doveva essere proprio matta come un cavallo. Mentre me la portavo in giro per la casa canticchiava tra se e se una specie di filastrocca, di nenia, come quelle che si cantavano da piccini: “Vediamo cosa si può fare… A questo ciccio bello cosa possiamo fare… Vediamo un po… Vediamo… Lallallero… Lalla”. E io pensavo tra me e me, ma una bella scopata alla vecchia maniera? Ma lei continuava a canticchiare. Intanto, tra i vari dolori, c’era una voglia di pisciare che no mi dava pace, così gli chiesi se potevo andare a pisciare. Stette un po zitta, cosa alquanto inquietante. Poi disse: “Trovato ciccio! Ora andiamo in bagno, ti distendi sul piatto doccia, io ti vengo sopra e quando ti sarai bevuto tutta la mia pipì, ti farai una bella sega e poi potrai finalmente pisciare.”. Te sei pazza, esclamai con un mezzo sorriso. Lei capì che infondo ci stavo ancora dentro al suo gioco, che poteva osare ancora. Rispose anche lei con mezzo sorriso: “Si! Sono pazza!”. Mi fece cenno di andare verso il bagno. Dopo un attimo d’incertezza mi sentivo il cazzo che stava nuovamente ingrossandosi, cominciai a gattonare verso il cesso, entrammo, mi scese di dosso, mi fece cenno di stendermi per terra a testa in su con la nuca sul pozzetto della doccia, mise i suoi piedi di fianco alla mia testa, stava in piedi, si alzò la gonna, mi disse di chiudere gli occhi, prese una molletta dall’asciuga biancheria, me la mise sul naso chiudendomi le narici, non capivo il perché. Mi chiese di chiudere gli occhi e di aprire la bocca, mi disse che non dovevo sputare ma ingoiare. Dopo qualche secondo mi sentii inondato di un fluido caldo e amaro, la bocca si riempì immediatamente, non potevo respirare, mi sollecitò di ingoiare se non volessi sentire le sue splendide grida, smise di pisciare, la bocca era piena, ingoiai di colpo quel liquido amaro, ebbi un senso di nausea, respirai, pisciò ancora fino a riempirmi la bocca nuovamente, trattenni il respiro fino a quando la fame d’aria mi costrinse nuovamente a bere. Il rito si ripetette per svariate volte. Intanto la vescica mi stava scoppiando, avevo il cazzo turgido a tal punto che pensai di non poter nemmeno urinare, cominciavano a farmi male i reni. Prese altre due mollette, me le mise ai capezzoli, facevano male. Ebbi il permesso di pulirmi gli occhi con le mani per potergli aprire. La vidi prendere un’altra molletta che sistemò con cura sullo scroto, mi chiese di prendermelo in mano e di masturbandomi. Si voltò dall’altra parte dandomi la schiena e si accovacciò in modo tale da poggiare l’ano in corrispondenza della mia bocca. Prese un’altra molletta, ordinò di togliere la mano dal pene, sistemò la molletta sul glande in modo da stringerlo fino a chiudere la parte terminale dell’uretra. Volle sentire la mia lingua dentro il suo culo, mi chiese di mordere le sue natiche. Come stringevo la morsa, premeva ulteriormente la molletta sul glande per aumentare il dolore, finché non ero costretto a mollare la presa. Non avevo mai leccato un culo, mi faceva anche un po schifo, volle sentire nuovamente la lingua dentro, ancora più a fondo. Stavo per venire. Avevo un principio di colica, la vescica mi stava per scoppiare. Prese a stringermi i testicoli, a tirare la molletta sullo scroto, respiravo affannosamente, mugolavo dal dolore, la supplicai di togliere la molletta dal glande, stavo per venire, era eccitata anche lei, stringeva i testicoli sempre più forte, cominciai a gridare, poi venni. Una fitta mi partì dai testicoli e mi trafisse la vescica e i reni, un dolore lancinante. Il liquido seminale cominciò ad uscire dal glande, cacciai un urlo spaventoso, tolse la molletta e cominciai a pisciare. Le gambe erano rigide come fossero di legno, sbattevo i piedi contro il pavimento, gridavo come se qualcuno mi stesse scuoiando vivo, Martina era eccitata, ebbe un orgasmo ed un liquido biancastro le uscì dalla fica finendomi sul naso e poi in bocca. Fini di pisciare. Ero devastato. Gli occhi mi lacrimavano. Piangevo. Non ne potevo più. Si alzò e senza dire una parola se ne andò. Rimasi in quella posizione per un po, mi addormentai svegliandomi che era già pomeriggio inoltrato. Feci una doccia e tornai a dormire. Nei giorni a venire ripensai a quella domenica pomeriggio e man mano che passava il tempo il ricordo del dolore si faceva sempre più rarefatto mentre quello del piacere più vivido. Iniziai a masturbarmi pensando a tutti i sapori e i dolori che Martina mi aveva regalato. In certi momenti ne sentivo anche una certa nostalgia, in altri pensai addirittura di amarla. Io che ho sempre vantato, oppure lamentato, a seconda dei casi, di non avere amato mai. Un giorno mi recai nella casa delle studenti chiedendo di Martina, ma nessuna seppe darmi dei recapiti. Di tutte le donne della mia vita è quella che ricordo con più nostalgia. Non l’ho più rivista. Martina. La mia preferita. Il mio piccolo angelo indemoniato.

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