La mammina.

admin   10 febbraio 2017   Nessun commento su La mammina.

La Mammina.

Mercoledì, 10 Luglio 1996.
Sicilia.
Primo pomeriggio.

Il sole picchia come se il suo intento fosse quello di pietrificarci tutti lì sul posto, nella posizione in cui siamo, con ancora i nostri sorrisi fessi dipinti sulle labbra. L’aria è immobile, l’umidità insopportabile, e i gabbiani che volteggiano sopra le nostre teste sembrano piangere per la disperazione. La maglietta è saldamente incollata alla schiena, e una goccia di sudore mi sta scivolando lungo l’interno della coscia destra. Il sorriso fesso non ne risente. Mi pagano, per esibire quel sorriso fesso. Dovessi morire adesso, gente, lo farei sorridendo. Non per eroismo: è che ormai il sorriso fesso è una specie di paresi. Ce lo facciamo tra di noi anche quando ci incrociamo in bagno per andare a cagare (di corsa) dopo aver pranzato (di corsa, che c’è da fare l’odiatissimo gioco caffé).
Stiamo a bordo piscina, che in questo momento è chiusa e deserta: Piero, il bagnino, è lì con noi, sorriso fesso d’ordinanza stampato in faccia e maglietta azzurra dell’èquipe di animazione incollata al torace carenato. Piero fa il bagnino durante l’orario di apertura della piscina, e fa l’animatore quando la piscina è chiusa. Due al prezzo di uno. Mica scemi, quelli dell’agenzia.
Fare l’animatore significa fare una vita d’inferno, non dormire mai, fare il facchino e all’occorrenza “l’uomo di fatica”, cioé il mulo, e guadagnare molto, molto poco. Un mese di lavoro, a me, che sono animatore di contatto, in ritenuta d’acconto viene pagato 600.000 lire lorde. Lavoro sei giorni e due terzi su sette. Comincio alle 8 del mattino con il risveglio muscolare, finisco alle due del mattino, dopo aver fatto le prove per lo spettacolo del giorno dopo. Un massacro, insomma. In compenso, se uno riesce a stare sveglio, dopo le due del mattino si scopa come ricci. Io e gli altri col sorriso fesso siamo qui praticamente per questo, dei quattro soldi che ci danno ci importa sega. Figa, quella sì, che importa. Figa e culi in tutte le salse.
Ma del resto abbiamo vent’anni, siamo praticamente indistruttibili, e soprattutto non capiamo un cazzo, ma questo potrò dirlo solo tra vent’anni, quando starò dietro ad una tastiera a scrivere questa storia.
Figa figa figa. Qesta è la molla che ci fa alzare ogni mattina, anche se abbiamo dormito meno di tre ore. Figa, figa, figa. Figa di tutti i colori, di tutti i sapori, giovane e meno giovane (dalla sbarbina diciottenne che te lo ciuccia timida alla signora quarantacinquenne con tanta, tanta fame che vuole essere scopata a raffica da quattro o cinque di noi), figa sposata e fidanzata con mille fantasie diverse su di noi, morti di figa dal sorriso fesso che improvvisamente, grazie alla scritta “èquipe” sulle spalle, ci siamo ritrovati ad essere così pieni di figa da non avere il tempo di leccarla tutta. Che spreco, gente.
Guardo l’orologio e mi avvicino il microfono alla bocca. Siamo nel 1996, quindi non abbiamo ancora delicatezze come i radiomicrofoni: trentacinque metri di cavo nero dalle giunture regolari e cromate partono dal microfono, e arrivano sino alla cabina regia dell’anfiteatro alle mie spalle, dove il dj-animatore (due al prezzo di uno, of course) Alberto sta certamente rollandosi una canna.
Sì, dico al microfono selezionando internamente la Voce Uno (altrimenti detta del giostraio fatto di cocaina), e la voce è perfetta. Perché Alberto non tocca mai i livelli, si limita ad accendere e spegnere il mixer, che altrimenti tropposbatta. Capisco che il sistema è acceso quando sento fare “THUMPF” alle casse, che già sono sfondate di per loro, porelle.
Ripeto il mio sì ancora due volte, poi procedo con piccole variazioni, seguendo la routine del mercoledì: faccio sempre le stesse battute, nello stesso modo, sulle stesse cose. Non le ripeto più di una volta a settimana, però: aspetto che i turisti cambino, e succede ogni maledetto sabato. Ogni settimana mi ritrovo con una montagna di cazzate da ripetere a gente nuova. E quelli ridono, ridono sempre.
Sà, dico. Mi guardo intorno, sorriso fesso e sguardo deciso.
Sà, sà.
Continuo a girare lo sguardo e a guardare negli occhi i turisti. Un maschio e una donna, un maschio e una donna, mai soffermarsi con lo sguardo nè sull’uno (deve essere un contatto visivo empatico, non il lancio tacito di una sfida tra maschi alfa) nè sull’altro (deve essere un contatto visivo empatico, non un tiprego dammela dammela dammela dammela tiprego cazzodammela leccotutto).
Pà, dico. Sà, sà, pà.
(guardo maschio, guardo femmina, guardo maschio, guardo femmina)
Pà.
(maschio, femmina)
Cambio espressione all’improvviso (espressione “mamma mi ha beccato con la mano dentro al vaso di biscotti”: occhi sgranati, collasso della mascella) la voce diventa più profonda (Voce Due, o del documentarista), e mi dimentico di spostare gli occhi dalla femmina in questione, che non ha spostato i suoi dai miei. E i suoi sono verdi, per dire.
Pa-ta-ta, scandiso, e tutti ridono. Come sempre. Fa cagare, ma funziona. Non se lo aspettano, quindi funziona. E ridono. Occhi Verdi ride, e si porta la mano all’altezza della sua, di patata. Ci dà due colpetti sfrontati con le dita, e penso di essere il solo a notarlo. La mia espressione diventa ancora di più da “mano nel vaso di biscotti e genitore sgridante”. Lei rovescia la testa all’indietro, e ride.
Alberto spara a palla il ritornello di Tranqi Funki. E’ il luglio del millenovecentonovantasei, fa caldo, la gocciolina di sudore ha terminato la sua corsa lungo le mie gambe e si è fermata sul mio malleolo, J-Ax rimbomba dalle casse mentre dice che tutto fila liscio come con i Casadei, e gente, la musica dell’estate non sarà meno di merda fra vent’anni, su. Non scuotete la testa.
Io continuo a guardare ogni tanto Occhi Verdi, e quella continua a ridere ogni volta che si accorge che la guardo. Perché sa che l’ho vista darsi una pacca sulla gnocca. E io so che lei sa che la cosa mi ha arrapato un sacco. Mi dò distrattamente due pacche sul Soldatino Là Sotto, e quella ride stropicciandosi il naso con il dorso della mano. Naso sottile, zigomi alti, denti bianchissimi e regolari. Costume turchese a due pezzi, cappello di paglia, occhiali da sole in mano. Alta, magra, seno appena abbozzato, pancia piatta e invitante. Quando si sposta all’indietro sul busto, abbozzando un improbabile twist, visto l’accompagnamento musicale, il costume rimane teso tra le creste iliache, lasciando una fessura scura tra la stoffa e la pelle. Ci metto un decimo di secondo a riempire quella fessura d’ombra di una montagna di idee inenarrabili, ma intanto ridacchio come niente fosse, tirando un po’il sorriso fesso, e continuando a guardarla di tanto in tanto ritorno alla Voce Uno. Alberto abbassa un po’ il volume della musica, in modo che non copra la mia voce.
Solite cazzate: saluto, ricordo lo spettacolo serale e il torneo di tiro con l’arco, introduco il gioco caffé e cerco i partecipanti tra i turisti. Costume Blu (o Occhi Verdi, come preferite) si offre immediatamente volontaria. Si chiama Sara. Sa recitare a memoria il proprio codice fiscale (per poter partecipare al gioco caffé ci inventiamo delle selezioni idiotissime, sì), quindi si guadagna di diritto la partecipazione al gioco. La faccio accomodare al suo posto, le stringo la mano augurandole pomposamente buona fortuna (capirai, si giocano un cazzo di caffé del bar della piscina. Sa sempre di bruciato), scosto il microfono dalla bocca, e con il mio sorriso posticcio mi avvicino ad Alex, l’istruttore di tennis, che mi sorride di rimando. Direi in maniera altrettanto falsa.
Questa me la scopo io, gli dico all’orecchio un attimo prima di mettermi a selezionare il secondo volontario per il gioco caffé. Alex si mette a sorridere in maniera più genuina. E’ lui l’arbitro, essendo il più anziano del gruppo: andiamo da lui a dire chi ci vogliamo scopare, e se nessuno ha messo prima di te in lista la tipa in questione nessuno ti deve rompere i coglioni. Patti chiari, amicizia lunga, figa per tutti. Non ci si pesta i piedi a vicenda. Non ci si disputa una donna, non c’è tempo: si va a colpo sicuro. Quasi, ecco.
Mentre faccio recitare il codice fiscale al secondo concorrente, un sudatissimo milanese obeso sulla cinquantina, Alex mi fa il segno del pollice in su. Il Consiglio approva, caccia libera per me.
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Dodici ore dopo
Giovedì, 11 luglio 1996
Le due e un quarto del mattino.
Abbiamo fatto un surplus di prove per lo spettacolo di Venerdì. Al Capo è venuto in mente di farlo in inglese. Perché ci sono dei turisti russi. Russi. Cazzo, russi. Non parlano una parola, di inglese. Le donne sono splendide, ma intoccabili. E nemmeno da guardare per più di qualche istante. Gli uomini, tutti molto più in là negli anni, hanno l’aria rassicurante di quelli che ti strangolerebbero giusto per sentire un po’ che rumore fai mentre crepi.
Quindi Alladin lo facciamo in inglese. Io interpreto Alladin. Io mi devo studiare tutto il cantato in inglese in due giorni scarsi. Non ce la posso fare. Non ho nemmeno i testi. Fanculo ai russi. Io la canterò in giaggianese, ho deciso.
Accendo una sigaretta e vado verso il belvedere. C’è un muretto alto forse settanta centimetri, che si chiude a cerchio su di un piccolo promontorio sul mare. Non ci sono luci. Noi animatori veniamo qui dopo la chiusura a bere birra di nascosto, farci le canne di nascosto e rimorchiare turiste ubriache di nascosto. Se quelli della direzione dovessero scoprire che un animatore si scopa una turista, sposata, in vacanza con il marito, non ci sono cazzi: c’è il licenziamento senza partire dal via, ce lo hanno ben spiegato il primo giorno. Ma la figa è la figa. E la figa. Che volete. Mai visti tanti cornuti come in questo periodo, gente. E alcuni mi stanno anche simpatici. Mi scopo la moglie, ma non voglio fare del male a nessuno, tantomeno a loro. Mi sento quasi solidale, ecco. Cioè, io sono quello che gli scopa la moglie e lui è il cornuto simpatico, non stiamo sulla stessa barca. Ma condividiamo pontenzialmente le stesse malattie a trasmissione sessuale, e questo fa di noi quasi degli intimi, insomma.
Entro nel cerchio facendo la voce da documentarista.
“Ecco, stiamo avvicinandoci ad una tana di animatori allo stato brado. Questa bizzarra specie sembra non aver bisogno di dormire, e concentra nelle ore notturne la propria vita sociale, nonostante il debito di sonno. Diverse osservazioni prolungate sul campo hanno dimostrato che…”
“Piantala, coglione”, dice Alex, e mi tira una lattina di birra vuota. Dalle risate direi che ci sono almeno una ventina di persone. Sette dei nostri, gli altri turisti. Qualche voce maschile. Odio i turisti maschi. Li odio, quando sono sul mio terreno di caccia.
Alla mia destra si alza una voce femminile: “Pa-ta-ta!”, dice, e qualcuno fa partire una risata, e qualcuno abbozza persino un applauso. La mia preda, intuisco.

Sara è seduta al buio, sulla sabbia portata fin lì a carriolate dalla spiaggia, la schiena poggiata contro il muro. Senza dire una parola mi siedo accanto a lei.
“La prossima volta dirò car-cio-fo”, mento rivolgendomi a nessuno in particolare, e si leva qualche ridacchiata sparsa.
“Dì pte-ro-dat-ti-lo”, rimbomba la voce di Piero dal buio. Altre risate. Ridono per un cazzo, l’ho già detto? Non c’è una stella a pagarla, uno spesso strato di nubi oscura quasi completamente la luna. I miei occhi sono stressati dalle luci stroboscopiche di Alberto, e non vedo sinceramente un cazzo. Sento il profumo di lei, però, seduta alla mia destra. Muschio bianco. E, sotto, una nota di sudore umano, un odore caldo e dolce che mi fa imbarzottire il Soldatino Là Sotto.
“Piero”, dico io, “dirò LA-MAM-MA-DI-PIE-RO-FA-I-POM-PI-NI-AI-VEC-CHI”. Qualcuno che ha già fumato un bel po’ comincia a ridere ragliando come un asino. Nel giro di qualche secondo tutto diventa un insipegabile delirio di risate. Rido anche io. E ride anche Sara, che trova il modo di poggiarmi il gomito sul braccio. E’ caldo e sudaticcio. Io sono caldo e sudaticcio. Lei è calda e sudaticcia. E le leccherei il buco del culo qui e adesso.
Chiedo e ottengo da bere, gira una canna. Poi un’altra. Risate e barzellette. Aneddoti inverosimili, per lo più inventati di sana pianta, vengono raccontati e confermati da testimonianze di diversi animatori. Qualche volta uno di noi gioca a fare lo scettico e prova a demolire il racconto. Gli altri gli dicono “tu quella volta non c’eri”, e si riprende con le puttanate a favore di turista. Li prendiamo per il culo e lo sanno, però ridono. E ridiamo anche noi.
Sara mi si avvicina all’orecchio. “Che, ce ne andiamo?”, mi dice, e la sua mano sinistra ha già preso in mano la mia.
Ovvio, dico io.
Usciamo silenziosi dal cerchio buio, e attraversiamo lentamente la pineta. Passiamo per la spiaggia deserta ed entriamo nel villaggio da una entrata “segreta”, diciamo così. C’è un cancello, e la chiave è sotto ad un sasso. Durante il tragitto enuncio a Sara le Regole:
1) qualunque cosa accada o meno tra di noi, di giorno non mi deve cagare nemmeno di striscio, o comunque il meno possibile: sono solo uno degli animatori, punto;
2) di notte non ci devono comunque vedere insieme, per nessun motivo. Non mi deve aspettare quando faccio le prove. Appuntamento all’aranceto dopo le prove, verso le due del mattino;
3) se ci dovessero vedere insieme, io la sto solo accompagnando verso – bada bene: verso, e non nella – sua stanza, perché ha bevuto troppo e barcolla un po’;
4) se mi beccano con lei mi licenziano in tronco.
“Che sei, nell’esercito?” mi chiede lei.
Quasi, rispondo. Sono un animatore.

Quando entriamo nella stanza degli animatori le luci sono accese, e c’è già Daniele che sta dandosi da fare, credo con una bionda sui trentacinque che ha agguantato ieri. Lui ne ha diciotto. Sta dandosi da fare rumorosamente, è doveroso aggiungere. Ha aperto le due ante degli armadi posti alle estremità della piccola stanza, e ha tirato un copriletto tra le due ante, dividendo a metà l’ambiente. Non si possono vedere, ma si possono sentire, ce li abbiamo a due metri. A giudicare dal rumore lui si sta adoperando nella tecnica che Luttazzi ci ha descritto come la “farfalla di venere”: rapidi colpi con il piatto della lingua sul bottoncino del piacere, mentre le mani divaricano le piccole labbra e permettono un accesso agevole alla lingua. Lap! Lap! Lap!
La stanza che io e Daniele condividiamo è collegata a quella di Alex e Piero da un corridoio privo di porte. In mezzo c’è il bagno. In tutto saranno trenta metri quadrati: quattro sere su sette ci sono otto persone che scopano contemporaneamente, in quei trenta metri quadrati. Talvolta le cose degenerano, e si finisce col tirare via i copriletti dalle ante aperte degli armadi, così, per caso, come se fossero caduti da soli. Quando i copriletti “cadono” nessuno fa anche solo finta di volerli rimettere al loro posto. Le donne al limite ridono. Ma poi cominciano a guardarsi attorno, e va a finire che ci prendono gusto, a guardare e a farsi guardare, e vengono come una diga che cede. Quando le cose degenerano tantissimo, invece, ci si ritrova in otto in quindici metri quadrati. Ma in genere in quei casi lo spazio non è un problema: ci si ammucchia come si può. E si può, credetemi.
Metto un dito sulle labbra di Sara, le faccio cenno di fare silenzio. Lei cerca di ridacchiare in silenzio, dato che quella oltre il copriletto ha cominciato a gemere. Stiamo in silenzio ad ascoltare, il mio dito sulle labbra. Lap lap lap lap. Quando quella viene, e dal suono sembra che sia venuta proprio bene, bravo Daniele, Sara si mette il mio dito in bocca e mi poggia una mano sul pacco.
“No… solletico!”, sibila una voce femminile da dietro il copriletto, così bassa da non sentirsi quasi.
“E allora ciucciamelo tu un po’”, tuona Daniele, e dal rumore si direbbe che lei abbia acconsentito. Ciump ciump ciump ciump.
Sara si accovaccia lasciando risalire la gonna e spostandosi verso sinistra, dalla parte del copriletto steso. Mi tira giù la zip, trova il mio Soldatino già sull’attenti e mi guarda con aria di approvazione. Lo mette in bocca, lentamente, e comincia a succhiarmelo. Diventa ancora più duro, e del resto ho vent’anni. Granito. Va a finire che va a tempo con la bionda dall’altra parte del copriletto. Ciump ciump ciump ciump, sincronizzate come tuffatrici. Bendate, che è più diffiicile. Mi prende i testicoli in mano e me li strizza. Me li lecca. Si passa il glande sulle guance cosparse di saliva. Fa l’ingoiatrice di spade. Numeri notevoli. Poi si lecca l’indice e me lo infila nel sedere, così, senza preavviso. E’ la prima volta che mi capita una cosa del genere, e non so bene come reagire. Ciump ciump ciump. Decido di reagire così: mi rilasso e mi godo questo fenomenale pompino con un dito nel culo.
Mentre spoglio Sara lei continua a leccarmelo. Operazione difficile, ma non impossibile. La faccio sedere sul letto, quindi sdraiare. Lei continua a leccarmi, e io la devo interrompre per finire di spogliarla. Ha un corpo magro e proporzionato, atletico senza essere muscoloso. Gran bel culo. Lo annuso, platealmente, con lei distesa a pancia in giù sul mio letto, e quel culo sa di buono. Le divarico le chiappe e le poggio il naso sul buchino, che si contrae per reazione. Lei trattiene una risata quando comincio a leccarglielo. Però poi si rilassa, comincio a sentirla dilatarsi. Accoglie morbidamente la mia lingua, si lascia penetrare in profondità, poi mi si contrae attorno ritmicamente.
Sì, io lecco il culo. Mi piace, che dire.
Daniele, a giudicare dal rumore, ora sta scopando.
Sara mi prende in mano il cazzo e mi guida in un sessantanove. Stiamo di fianco. Posso leccarle il culo e la figa. E posso delicatamente infilarle le dita nel sedere mentre le lecco la figa. La cosa sembra piacerle parecchio. Infilo il pollice della mano sinistra, calco delicatamente ma in profondità. Lei mugola per quanto riesce, dato che ha praticamente tutto il mio cazzo in bocca, e la bionda dall’altra parte del telo si lascia scappare una risatina. A giudicare dal rumore, Daniele non smette di scoparla nemmeno per un attimo.
Tiro fuori lentamente il pollice, lo riempo di saliva, lecco il buco del culo lasciandoci sopra tutta la saliva che ho in bocca, quindi reinfilo il dito, sempre lentamente. Intanto lecco la figa. Sa di miele invecchiato, e il miele invecchiato non va a male, sappiatelo. Muovo il dito dentro di lei, seguendo il ritmo del suo culo. La mia lingua si muove sulla clitoride, mantenendo un ritmo doppio rispetto a quello del suo culo e del mio dito nel suo culo. Il ritmo aumenta, lei comincia a succhiarmi più rumorosamente e a soffiare dal naso mentre mi succhia. E quindi viene, calcandosi a fondo il mio soldatino in gola e stringendomi il pollice dentro i l culo e tra le chiappe tremolanti di spasmi. La bionda ride ancora. Questa volta Daniele le fa verso di fare silenzio, ma non smette di scoparla. Nossignori.
Finisce che Sara se lo mette in culo da sola. Amo le donne che fanno così: se lo vogliono in culo se lo mettono, e basta. Lei accucciata sulla mia brandina traballante, io in piedi, fuori dal letto, che affondo in un culetto sodo e dal buchino perfetto. Il preservativo è alla fragola, li ho comprati da un distributore automatico. Ho sbagliato, non volevo questi. Ma non ho soldi da sprecare, quindi per stasera serviamo culo alla fragola, signori. L’idea mi appare invitante. Così faccio scivolare fuori il cazzo dal suo culo, le spalanco le chiappe e assaggio. La fragola si sente appena, il culo è buono quanto prima.
Di là quel torello di Daniele continua a martellare. Lo invidio, io non sono mai riuscito a tenere quel ritmo per più di una manciata di secondi: in genere dopo trenta secondi di quel ritmo lì io vengo. Non sono mica un trapano, io. Io lecco, lecco forte. E di tanto in tanto entro nel culo di una signora, ma solo se è lei a chiederlo cortesemente. O se se lo infila in culo da sola, ovvio.
Lecco e sgrufolo un po’, e ormai Sara ha perso un po’ di inibizioni, e ansima e geme senza ritegno. Anche la biondina di Daniele ansima e geme. Noi invece di solito veniamo in silenzio. Che poi altrimenti gli altri sentono e ci prendono per il culo.
Mi tiro su dal suo culo sbavato a puntino, e il buco dilatato mi guarda invitante. Punto il pisello, afferro i fianchi, penetro ancora quel culo. Lei divarica ulteriormente le gambe, butta la faccia sul materasso, un braccio disteso lungo il fianco, l’altro a rovistarsi tra le gambe. Poggio un piede sul materasso e comincio a darci dentro, aumentando gradualmente il ritmo. Il suo culo applaude clamorosamente contro le mie cosce. I miei coglioni sbattono contro la sua figa e le sue dita. Il mio cazzo pompa armoniosamente nel suo culo. Dall’altra parte della tenda la biondina geme come se un orgasmo terrificante le stesse per piombare sulla nuca, schiacciandola senza pietà. Sara emette piccoli squittii mentre si massaggia la figa e preme col culo e me lo spalanca al massimo. Poi vengono. Tutte e due. Insieme. E io e Daniele, dai due lati del copriletto, scoppiamo a ridere.
Sara decide di accompagnarmi alla fine usando la bocca. E un dito, a dir la verità. Vengo quasi subito nel preservativo alla fragola. Lo stesso del culo, sì. Amo le donne di bocca buona, anche perché si risparmia parecchio in preservativi.
Tolgo il preservativo, lo annodo e lo butto. Ci rivestiamo in fretta. Accompagno fuori Sara, fumiamo insieme una sigaretta nell’aranceto. Poi la ringrazio, le ricordo le regole, e la saluto con un bacio sulle labbra. Le dico che ci terrei molto a rivederla, ed è vero. Non capita tutti i giorni una che ti serve da subito il culo (e che culo!) su di un piatto d’argento.
Non so cosa stia combinando Daniele, ma quando torno in stanza è ancora chiuso dietro al copriletto. Vado in bagno, mi lavo, vado a letto e mi addormento quasi immediatamente. Non sento la bionda uscire dalla stanza, e quasi subito suona la maledetta sveglia. O almeno così sembra.

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Ore dieci e mezza del mattino, stesso giorno.

Sara si presenta al campo di tiro con l’arco mezz’ora dopo l’apertura della sessione. Segue le mie lezioni, tira dimostrando una mira discreta. Tende l’arco da trentadue libbre senza sforzo apparente, e credetemi, ho visto le braccia di uomini grandi e grosse tremolare nel panico, nel tentativo di tendere quella corda. Lei lo fa con naturalezza. Tende e scaglia quasi subito, senza perdere tempo mantenendo la posizione, il tutto con un movimento fluido che a me ancora non riesce.
Arriva a tirare in compagnia di una bella ragazza mora, attorno ai vent’anni. Notevole. Gran culo, seno generoso, occhi castani. Non la guardo troppo, perché non è nelle regole farlo. Ma vorrei farlo, gente, eccome se vorrei. Le chiedo come si chiama, lei mi dice di chiamarsi Anna. Quando è il suo turno di tirare, subito dopo i sei tiri di Sara, mi avvicino per controllare la posizione. La correggo piegandole leggermente il gomito sinistro verso l’esterno. Le dico che deve fare come la sua amica Sara, che aveva una posizione perfetta.
Anna ride, e ride anche Sara. Non è una mia amica, dice Anna. E’ la mia mammina.
Io ci rimango tipo con un ghiacciolo nel culo. Rispunta fuori ripes**to da chissà dove il sorriso fesso da animatore. Guardo Sara. Non si somigliano. Anzi no: si somigliano. Naso, zigomi, orecchie… Complimenti!, dico pensando al suo buco del culo e alla sua fighetta arrossata dallo strofinamento con la mia lingua, le mie labbra e la mia barbetta ispida di fine giornata, sembrate coetanee!
L’ho avuta a sedici anni, mi dice Sara con un certo orgoglio. E’ la cosa migliore della mia vita.
Un applauso per mamma e figlia!, grido io con la voce da giostraio coperto di coca, e gli altri turisti applaudono.
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Alla chiusura del campo mi permetto di accendre una sigaretta mentre ripongo le frecce, metto da parte quelle da riparare e levo la corda agli archi. Arriva Daniele, reduce da due ore di scuola di windsurf. Sara ed Anna si stanno allontanando insieme, fianco a fianco, e si dirigono verso la piscina e il bar. Daniele le guarda. Le guardo anche io.
“Mamma mia che troiona”, dice lui a bassa voce avvicinandosi e indicandomi con gli occhi le due donne.
Io ridacchio. “Già, stanotte ha fatto un bel po’ di rumore”, dico. “Però lo ha fatto anche la tua, checcazzo”.
Lui mi guarda come se non avesse capito. “Guarda che io stavo parlando della mia. E non del rumore. Del fatto che è un troione, stavo parlando”. Indica con gli occhi le due che ormai sono a bordo piscina.
“Cosa”… comincio io, ma lui mi blocca prima. Fa finta di controllare una freccia, e intanto mi parla sussurrando: “La mora, quella col culo da nove e tre quarti su dieci. Ieri sera. Mi ha dato il culo, ci credi?”
Improvvisamente mi si secca la bocca.
Lui mi guarda, scuote la tesa e ride gonfio di orgoglio. “Non ho dovuto nemmeno chiedere. A un certo punto quella si è presa il mio cazzo, ci ha sbavato sopra e se lo è infilato in culo praticamente da sola. Da non credere”.
Io non penso di poter spalancare gli occhi più di così.
“Tu hai”…
“Sì. Hai presente quando stanotte la mia e la tua sono venute insieme?” bisbiglia, e poi attacca a ridere. “A proposito, mitica questa cosa delle due tipe che vengono insieme, una con me e una con te, la racconterò ai miei nipoti”. Ride ancora.
Io mi metto le mani tra i capelli. Tra vent’anni, mentre scriverò questa storia, probabilmente non avrò più capelli da tormentare con le mani, ma adesso li ho. Quindi li afferro e tiro anche un po’, tanto non credo che si tratti di un gesto che influirà granché sulla mia futura calvizia di famiglia.

“Ecco”, continua Daniel tra una risatina eccitata e l’altra, “quando la mia è venuta me la stavo inculando, ci credi? Me la inculavo e intanto quella si menava la figa. Mitico. Che maiala. Ce ne fossero!”

Io ho ancora la testa fra le mani.
“Toglimi ogni dubbio, ti prego”, gli dico io. Lui mi guarda e si fa improvvisamente serio.
“Che c’è, adesso? Non ti va che una mi dia il culo?”
“Tu ti sei scopato la più giovane di quelle due, ho capito bene?”
“Sì”, mi dice lui facendo spallucce e lucidandosi una medaglia immaginaria sulla maglietta. “Mi sono INCULATO, per la precisione, miss culo nove e tre quarti. Quella a fianco direi che è una miss culo sette e mezzo, otto, non di più”.
A quel punto scoppio a ridere, in maniera quasi isterica. Ci metto un paio di minuti, a riprendermi. Poi spiego a Daniele che cosa è successo.
“Daniele”, mormoro, “quelle due sono madre e figlia. La madre ha sedici anni più della figlia. Tu ieri sera ti stavi inculando la figlia, io mi stavo inculando la madre. Nella stessa stanza. A due metri l’una dall’altra. Con solo un copriletto a separarle. Sono venute insieme, cazzo, e lo stavano prendendo tutt’e due nel culo. E’ assurdo”.
Daniele mi guarda. “Ecco”, dice. “Questa, è da raccontare ai miei nipoti. Non mi crederanno, ma è da raccontare”.
Intanto al bar della piscina, in lontananza, madre e figlia bevono insieme un succo di frutta.

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