Interrogatorio e tortura

In uno sperduto paese senza legge…

La stanza dell’interrogatorio è stretta e buia. Sembra più uno sgabuzzino per le scope, piuttosto. Al suo interno, stipati come sardine, tre uomini ed una donna. La donna è ammanettata, le mani appoggiate sul piccolo tavolo presente al centro della stanza, le manette fissate ad un anello posto sul bordo del tavolo. Ha il volto teso, le labbra serrate, gli occhi guizzano da una parte all’altra del tavolo, evitando di incrociare gli occhi dei suoi interrogatori.
“Allora, confessa, cosa volevi rubare a casa del ministro?”
La voce proviene dallo sceriffo, colui che conduce l’interrogatorio. Un uomo alto, muscoloso, di colore. Occhi duri e penetranti la inchiodano. Alla sua destra il ministro, alla sua sinistra, il vice sceriffo, anche lui di colore. Il ministro, bianco come il latte, stona un pò. La donna è un misto, una donna color cappuccino, con lunghi capelli ricci.
“Non ho niente da dire” è la sua risposta.
Il ministro la guarda con disgusto. L’hanno trovata con le mani quasi nel sacco. Era nell’ufficio del ministro, e stava per portare a compimento un furto di qualche tipo, ma è stata fermata prima di riuscire nel suo intento.
“Qui non c’è una legge che ti possa difendere. Qui comando io. E se io ti faccio una domanda, tu mi devi rispondere. Chiaro?” calcando pesantemente sull’ultima parola.
Per tutta risposta lei lanciò uno sputo che non arrivò a colpire lo sceriffo, ma si fermò a metà tavolo. Lo sceriffo s**ttò fulmineo, aprì il braccio e fece partire una sberla che la tramortì. Lei gemette per qualche secondo, poi tornò il silenzio.
“Se non ti decidi a parlare, presto passerò alle maniere forti, e, credimi, non sarò tenero.”
La minaccia sembrò far vacillare le sue sicurezze, ma tenne duro.
“Va bene, l’hai voluto tu” disse lo sceriffo alzandosi in piedi, e sfilandosi la cintura dai pantaloni. La piegò a metà e la sferzò sul viso di lei, facendolo rimbalzare da destra a sinistra per più volte. Quando finì le guance erano viola e sangue colava da strisce aperte dal bordo della cintura. Nessuna lacrima, però, rigava il suo volto. Lui fece cadere la cintura a terra e la afferrò, con una sola mano, al collo, sollevandola in aria, fino a quando le manette, fissate all’anello, gli impedirono di salire oltre. Già così era staccata da terra e scalciava. La fece ricadere a terra di schianto. I piedi scalciando mancarono l’impatto, e cadde sulle ginocchia e tutto il resto del corpo seguì. Fu una caduta fragorosa. Lui non si fermò, l’afferrò per i capelli e la tiro su, in piedi. Colpì con dei pugni potenti l’addome ed i fianchi, fino a che non cadde di nuovo a terra. Senti un paio di conati, qualche boccata d’aria potente, ma nessun singhiozzo, nessuna lacrima. La scalciò e le calpestò una mano. Anche questo non procurò particolari effetti.
“Va bene, allora, visto che sei una dura, è tempo di portarti altrove… ci divertiremo con te!”
Quelle parole fecero più effetto dei colpi subiti, memore delle voci che circolavano su quel posto di polizia, dove difficilmente chi entrava, ne usciva sulle proprie gambe, cominciò a temere il peggio. Lo sceriffo la prese per le manette e se la trascinò dietro, fuori dalla stanza degli interrogatori e via per il corridoio, scarsamente illumato. Arrivarono al termine, di fronte ad una porta nera, con sopra la scritta “Privato”. Lo sceriffo tirò fuori la chiave della porta dalla tasca, e la aprì. Si ritrovò in un ambiente nero, molto più spazioso della stanza che avevano appena lasciato, ma infinitamente più inquietante. Non era altro che un dungeon. Un locale di tortura sessuale. Ceppi, cavalline, croce di Sant’Andrea, fruste e frustini, paddle, manette, dildo, aghi, cera, maschere… C’era di tutto. Entrarono il vice ed il ministro, e lo sceriffo si chiuse la porta alle spalle, chiudendo a chiave.
“Ora, puttana, ti spacco il culo!” Così dicendo la colpì con un man rovescio che la fece cadere a terra. Si sedette su di lei e tutti e tre, con non poca fatica, visto quanto scalciava ed opponeva resistenza, la spogliarono completamente. Il suo corpo nudo e sudato era uno spettacolo da vedere. Snello e muscoloso, un seno sodo, ricoperto di tatuaggi e piercing. Sempre tenendola ferma in qualche modo, le misero polsiere e cavigliere, e, sollevata da terra di peso dallo sceriffo, la fissarono alla croce di Sant’Andrea. Presero una frusta a testa e la colpirono su tutto il corpo. Cominciava a cedere, le prime lacrime solcarono il suo viso, a seguito del profondo dolore che le solcava tutto il corpo.
“Allora, vuoi rispondere o no, puttana?”
Per tutta risposta lei reclinò la testa dalla parte opposta per non vederlo. Lui allora la fece scendere dalla Croce e la fissò alla cavallina.
La prese per i capelli, e le fece ingoiare tutto il suo cazzo nero. Mentre lui faceva questo, il ministro, con il suo cazzetto bianco, la scopava in figa. Il vice sceriffo invece la frustava con assoluta precisione sulla schiena e sul culo. Il suo corpo era tutto un ricettacolo di dolore, sentì chiaramente la figa riempirsi di sborra calda, e poco dopo ne dovette cacciar giù molta di più. Tossì e sputò quanto riusciva, ma parecchia dovette ingoiarla. Voleva vomitare ma non ci riusciva. Si scambiarono di posto, il ministro a frustarla, la nerchia nera del vice sceriffo a pomparla in bocca, e lo sceriffo a sfondarle il culo. Quando quel tronco di carne la lacerò analmente, emise un urlo soffocato dal cazzo che aveva in bocca, e nuove lacrime sgorgarono. I due negri stantuffarono a lungo e senza pietà, per poi svuotarsi dentro di lei, con un clistere di sborra ed una seconda bevuta. La nausea ed il disgusto erano ai massimi livelli. Quando il ministro le infilò il cazzo in gola, sentendo il glande flaccido, arrivò al punto di non ritorno e sboccò sul cazzo del ministro. Lui si ritrasse disgustato, mentre i due negri, che le stavano sfondando il culo e la figa in contemporanea, risero di gusto. Al secondo cream pie interno, lei era distrutta nel corpo e nell’anima. Lo sceriffo la slegò, la riempi di schiaffi in faccia per punirla della sboccata precedente, quindi pose di nuovo la domanda.
“Allora, troia, sto aspettando una risposta”
Lei alzò debolmente un braccio, arrivando con la mano davanti alla faccia, chiuse le dita e lasciò alto e fiero il dito medio. Lui allora la prese di peso, la sollevò, e la legò ad un tavolo, completamente aperta. Senza lubrificante, senza niente, cominciò a penetrarla in figa con un dito, poi due, poi tre… piano piano si fece largo dentro di lei, e la riempì con un devastante fisting. Lei urlava di dolore, atroce ed intenso, ma quando il vice sceriffo giunse a sostegno, inculandola, trovò nuove vette di dolore. Il ministro le si sedette con il culo sulla faccia e lei fu costretta a leccare il suo culo flaccido, e poi i coglioni, ed infine venne scopata in bocca. La terza sborrata nel retto portò a urla disumane, soffocate in gorgoglii dallo svuotarsi dei coglioni del ministro dentro la bocca della ladra. Quando lo sceriffo ritrasse la mano dalla figa, lei emise un ululato di dolore e di sollievo allo stesso tempo.
Di nuovo, le fu posta la domanda. Era stremata, sporca di sangue e sborra in ogni dove, dolorante in ogni più piccolo e recondito osso o muscolo. Se non avesse confessato, avrebbe rischiato di lasciare questo mondo. Così, esausta, distrutta, completamente disfatta, confessò.
Questo suo gesto la lasciò ancora in balia dei tre uomini, che continuarono ad abusare del suo corpo a lungo, fino a quando non ebbero più sperma da schizzare. Alla fine della tortura sessuale, fu lavata, vestita e riportata in cella. Per una settimana intera rimase senza forze, nel letto, mangiando poco e nulla. Quando lo sceriffo le aprì la cella, una settimana dopo, le diede i suoi vestiti. Aveva confessato, avevano verificato e risolto il problema. Era libera. Appena usci dalla stazione di polizia adibita a suo mattatoio, un motociclista passò vicino alla strada e le piantò tre pallottole in corpo.

FINE

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