Gentilezza

admin   10 febbraio 2017   Nessun commento su Gentilezza

Erano le tre di un sabato pomeriggio e la città pareva deserta.
Fuori c’era un bel sole e George se ne stava seduto fuori dal bar a sorseggiare una coca. Sul tavolo teneva spalancato il suo portatile con il programma di video scrittura aperto.
Il foglio era bianco. Non aveva voglia di scrivere nulla e nulla gli veniva in mente.
Probabilmente sarebbe stato lì per un bel po sfogliando un po i giornali ormai certo che non avrebbe prodotto nulla di concreto.
Non che ne avesse davvero bisogno. La rubrica si scriveva quasi da sola e la sua antica ambizione di scrivere un romanzo era sempre più un sogno infranto.
A ben guardare poteva anche starsene per i fatti suoi a poltrire fino a lunedì e nessuno gliene avrebbe fatto una colpa.
Ma la situazione era destinata a cambiare.
Il cambiamento si presentò sotto forma di una biondina venticinquenne non bellissima ma con una minigonna da paura che passandogli davanti gli chiese “Scusi sa dov’è la farmacia”.
George non potè fara ameno di lazare infastidito gli occhi dal pc. Poi la guardò… Guardò con calma le piccole tettine sotto alla camicetta nera, le lunghe gambe affusolate fasciate in un collant a rete nero, i lunghi tacchi a spillo e l’espressione idiota da oca che aveva sul volto.
Che fosse un oca era una certezza… A meno di cento metri alla sua destra c’era una croce verde di tre metri per due con scritto farmacia che luccicava alla luce del neon.
Solo un cieco… o un idiota non l’avrebbe vista.
“E’ qui vicino se vuole la accompagno” disse lui.
Lei tolse gli occhiali da sole per guardarlo meglio. Aveva una faccia che pareva schiacciata su se stessa, come se correndo troppo veloce avesse sbattuto contro un muro. Occhi chiari.. trucco marcato sulla bocca e sulle guance… Sempre più pungente l’odore di fiori del suo deodorante mano a mano che gli si avvicinava.
Prima ancora che lei ribattesse, approfittando della sua indecisione fece un rapido gesto al barista di segnare sul conto la consumazione e fatto sparire il pc nella sua borsa si alzò in piedi.
Appena il tempo di fare tre passi e anche alla ragazza bionda, che disse di chiamarsi Maura, fu lampante l’insegna della farmacia.
“Eccola eccola li” strillò con una vocina da gattina.
“Già” annuì lui.
Senza neanche far caso al fatto che avrebbe potuto trovarla da sola con estrema facilità. Senza forse nemmeno capire che accompagnarla era solo una scusa lo ringraziò con un pallido “Grazie” e affrettato il passo si affrettò verso il negozio mollandolo al suo destino.
Non gli piacque molto. Vederla ancheggiare via con quel culetto a mandolino che ancheggiava ad ogni passo gli stimolò solo il desiderio di portarsela in fretta a letto.
D’altra parte lui non era il tipo che amasse supplicare le donne. Non ne aveva mai avuto bisogno e non avrebbe certo iniziato oggi.
Se la troietta bionda l’aveva snobbato tanto peggio per lei.
Ora però aveva un incredibile desiderio in corpo e una mezza erezione tra le gambe che andavano placate.
Era deciso: “la prima che passa me la porto a letto”.
Girò la testa. Alle sue spalle c’era una vecchia minuta coi capelli bianchi che doveva già aver passato l’ottantina e accompagnava il suo incedere lento con un bastone nero.
Forse doveva anche averlo sentito perchè lo guardava con una strana espressione mista fra curiosità-divertimento e stupore
“Facciamo la seconda che passa và” si corresse in fretta.
La vecchietta non fece commenti e continuò per la sua strada.
La seconda a passargli davanti era una signora bassetta con lunghi capelli marrone chiaro, spesse lenti rotonde sul viso rubicondo che avrebbe in teoria a vuto il classico stile da massaia. Solo gli stivali di pelle neri fino a sotto il ginocchio e uno strambo collant verde acqua stonavano un pò con l’idea da donna per bene che aveva sul volto.
Di solito, regola acquistita dal ragazzo in anni di chiavate, le donne mature che mettevano in mostra e sottolineavano le tette con scollature vertiginose o le gambe con gonne troppo corte lo facevano per un unico motivo…
Già fantasticava su quanto sarebbe stato eccitante toglierle la gonna, strapparle un varco bnei collant e fottersela così senza farle togliere neanche gli stivali.
Per di più, guardandola meglio, come spesso accadeva alle donne piccole e tozze aveva le tette molto grosse nascoste sotto alla giacca.
C’era un unico problema. Non era sola.
Sottobraccio aveva una ragazza, certamente maggiorenne, alta e tonda come lei, rubiconda in viso come lei e con occhiali molto simili ai suoi. Certamente la figlia.
Indossava jeans e camicetta che non mostravano alcunchè di sessualmente interessante ma aveva ai piedi stivaletti col tacco identici a quelli della vecchia.
Decise di seguirle.

Dieci minuti più tardi entrarono uno dietro l’altro in un centro commerciale. La ragazzina, che apprese dalle loro parole si chiamava Nunzia doveva comprarsi un giubbotto di pelle nuovo.
La madre, di cui non sapeva il nome l’aveva accompagnata perchè scegliesse con calma.
Decise di giocare d’attacco.
Mentre la donna fissava la figliola che sfilava e infilava una lunga sequenza di giacche le poggiò la mano sulla coscia, appena sotto a dove terminava la gonna.
La poggiò e la lasciò li.
Lei lo sentiva certamente, anche se non poteva vederlo alle sue spalle, lo sentiva benissimo… e non disse nulla.
Lui iniziò ad accarezzarla.
Lei non disse ancora niente.
Lui salì e arrivò finò a sotto alla gonna.
Lei continuava a guardare la figlia.
Lui òle palpò il culo con decisioone.
Lei fece un sorriso e sospirò.

Le tolse le mani dal culo solo quando sentì la figlia che tornava con la giacca che aveva scelto. Così ne apprifittò, si voltò e lo guardò.
Non fece commenti negativi, anzi….
Le piaceva.
Lui le strizzò l’occhio.
Lei sorrise.
La figlia era ormai in mezzo ai coglioni. “Andiamo a pagare?”.
“No?”.
“Perchè no?” chiese la ragazza delusa temendo che la madre avesse cambiato idea.
“Ho visto dei tailleur al piano di sotto e voglio provare se ne trovo uno che mi va…”.
La cosa non pareva entusiasmare la ragazza.
“Non sei obbligata a venire. Anzi fai così vai su al terzo piano e noleggia un film alla videoteca così poi andiamo a casa a vederlo ok”.
“Ok” annuì la ragazza e partì in quarta.
“Ci metterà una vita” commentò guardando George.
“Benissimo annuì lui” e avvicinatosi le fece una carezza sul volto “Io sono George”.
“Marilena” disse lei e porse la mano.
Lui se la portò alla bocca e le succhiò il mignolo.

Si infilarono in un camerino.
Marilena si mise con le mani poggiate al muro cercando di arcuare il più possibile il sedere mentre la gonna le calava fino a terra.
Lui con un gesto deciso trovata la cucitura aprì un lungo strappo nel collant….
Sorpresa sorpresa la “signora” non aveva gli slip.
Brava la signora pensò e vistosi la carne pronta all’uso, senza altre indecisioni si sfilò il cazzo e glielo infilò nella vulva già bagnatissima per l’eccitazione.
“Ommadonna ma cos’hai li sotto” sbottò lei col fiato mozzo mentre lui la impalava con vigore.
Sforzadosi di non urlare di gioia si lasciò fottere per bene sentendo le palle gonfie di George che le sbattevano sulle coscie… sentendolo dentro completamente come un serpente rabbioso che la sfondava colpo su colpo.
Era una sveltina in un luogo pubblico non si poteva esagerare. Dieci minuti, dodici, quindici e poi basta.
Bisognava chiudere.
Marilena si era fatta due orgasmi ravvicinati ed era soddisfatta… Lui aveva tanta sborra da scaricare.
Bisognava chiudere se non volevano trovarsi la ragazzina tra i coglioni.
“Dai vieni, vieni deciso che è tardi”.
“Ok… ok vado?”.
“Vai senza problemi che tanto prendo la pillola”.
E brava la mammina. Prendeva la pillola… E una massaia che prende la pillola significa una cosa sola…. che prende anche parecchio cazzo….
Come un fuoco le inondò la vagina e gli ci vollero quattro pompate decise per scaricare di dosso tutto lo sperma che aveva accumulato.
Era soddisfatto.
Si rivestirono in fretta.
Marilena si pulì la fica appiccicosa meglio che poteva quindi si reinfilò la gonna…. tutto pareva a posto anche se sotto aveva uno squarcio nel collant che andava dalla vulva al buco del culo.
Si scambiarono i numeri di telefono, perchè era certo che Marilena meritava un controllo più accurato…
“Non passare su pavimenti lucidi” le disse “altrimenti ti vedono il gatto”.
Lei ridacchiò divertita e se ne andò. La figlia era già in fondo alle scale. La giacca di pelle sul braccio e due dvd a noleggio in mano.
“Andiamo?”.
“Andiamo” annui la mamma sperando che la figlia non notasse quanto era sudaticcia e puzzolente.

Tornando verso casa ripassò dal bar a regolare la consumazione del pomeriggio.
“E’ passata una signora appena sei uscito e ti ha lasciato questo” disse il barista mentre metteva via i soldi.
Era un bigliettino… Lo aprì…. C’era un numero di telefono.
Di colpo gli ridivenne duro.
Forse dare indicazioni alle stupide passanti aveva avuto un effetto ritardato….
Ripensando al bel culetto della biondina fece il numero e la chiamò.
Poche parole decise e si accordarono per vedersi quella stessa sera a casa di lei.
Aperta la porta dell’appartamento si presentò con un body nero, reggicalze e calze nere. Truccata occhi e bocca con un pesante dose di rossetti e affini che la facevano sembrare una vera puttana.
Gli aveva già afferrato il cazzo tra i pantaloni ancor prima di dirgli ciao.
Raggiunsero la camera da letto, lui si spogliò in fretta, lei aveva già la fica in bella mostra…
Non era la fica bionda della ragazzina… ma poco importava… quel vecchio ciornione ingrigito di un ottantenne porca e ancora vogliosa era comunque li per esser sfondato.
La vecchia col bastone aveva davvero sentito la sua esclamazione in strada.
La vecchia col bastone, che si chiamava Lina, ci aveva davvero creduto….
La vecchia col bastone era una vera troia a secco da troppo tempo….
Al diavolo la troietta bionda pensò George e non appena la vecchia Lina si fu tolta la dentiera si godette un pompino con ingoio favoloso preludio delle tre ore di sesso che ne seguirono dove la vecchia puttana settantenne non gli negò ne fica ne culo fino a che lui ebbe la forza di farselo tornar duro.
Alla faccia della biondina idiota che snobbandolo non sapeva ne avrebbe mai saputo che cosa si era persa.

FINE

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