Dipendenza (prima parte)

“Non ti sto dicendo che devi scopartela per forza”, mi dice Angela mentre si mette la cintura di sicurezza. Abbiamo appena lasciato i nostri due figli dai genitori di mia moglie, e lei si è già buttata sul pezzo. Io non rispondo, ingrano la prima e parto. Lei mi guarda, poi capisce che non ho intenzione di dirle niente, e quindi sbuffa.
“Non devi immolarti, ok? Te la scopi se ti va di scopartela. Altrimenti non la scopi, è semplice”.
Io guido e non parlo. Prima mi sono incazzato parecchio, e devo reggere la parte ancora per un po’. Mi incazzo, quando lei mi lavora sopra la testa, e da dietro le spalle, e al momento giusto mi getta in uno dei suoi cazzo di casini. Sono ancora incazzato, perché lo ha appena fatto di nuovo. Lei trama, ordisce e tesse, mi avverte di avermi messo in mezzo solo quando i giochi sono già fatti, e sa essere molto pragmatica nell’agitarmi le esche giuste. E sa quali corde toccare per obbligarmi a parlare, mi conosce troppo bene. E da troppo tempo.
“Se non mi va di scoparla”, le dico, “mi toccherà stare a sentire te e quell’altro gemere e muggire per due giorni di fila. Io lo so, come sei, e anche se quello lì non lo conosco…”
“Si chiama Franco”, mi dice lei.
“Ok, io questo Franco non lo consoco”, dico, “ma se tu te lo fai da sei mesi vuol dire che ti è compatibile, altrimenti saresti già passata ad altro, lo so. Ti conosco. E questo vuol dire che Franco è in grado di scopare per due giorni di fila, perché tu cerchi solo gente del genere, gente che scoperebbe per una settimana di fila. Malati, cazzo. A me va bene scopare, però ad un certo punto cheppalle, dai, abbiamo quarant’anni. Non si può passare due giorni di fila a scopare. Che cazzo facciamo, io e quell’altra? Giochiamo a dama in salotto”? Angela aveva scelto una piccola villetta in collina, dalle parti di Firenze. Due camere comunicanti, entrambe dotate di bagni ad accesso diretto, un soggiorno che occupava buona parte del piano terra, cucina e veranda dotata di vasca idromassaggio. Intorno, ulivi e vigne. E cinghiali. Ma c’era una recinzione da qualche parte, mi aveva detto Angela, quindi la probabilità di essere stuprati da un cinghiale mentre si era a mollo in veranda era piuttosto bassa.
“Si chiama Carla”, dice lei. “E ad esempio, se ti va, puoi scopartela, così un po’ di tempo lo impieghi. Le foto le hai viste, su. E’ una bella figa”. Lo dice in un modo che non mi piace. Perché intende dire che lei, a quella lì, la figa gliela leccherebbe anche. Ad Angela di tanto in tanto piace variare, sì. Non che si proponga degli schemi predefiniti: se le va di fare una cosa la fa, è semplice. Se le va di leccare una figa, lei la lecca. Punto.
“Hei, si suppone che me la debba scopare io, non tu. In ogni caso, non posso mica scoparmela per due giorni di fila”, obbietto, “nemmeno se poi vado in overdose di viagra. Spero che ci sia un paese da visitare, una chiesa da vedere, un cazzo di bar in cui potersi ubriacare. Scopare per due giorni no, dai”. Lei mi guarda, fa come se ci stesse pensando, poi annuisce e sorride.
“In effetti, tu non hai mai scopato per due giorni di fila”.
“Io sono normale, checcazzo”.
“Cazzomoscio”.
“Ninfomane”.

Non facciamo sesso tra di noi da sette anni. L’ultima volta abbiamo concepito il nostro secondo figlio, poi abbiamo tipo smesso. Ci siamo conosciuti a vent’anni. Gran sesso. Ma a venticinque avevamo già esaurito le cartucce. Lei non aveva freni, io mi ero fatto prendere dall’abitudine e cominciavo a non riuscire più a starle dietro. Così abbiamo dato una bella svegliata al nostro rapporto, decidendo di cominciare a scoparci anche altri. Scambi di coppia, sesso di gruppo. Roba esaltante, all’inizio. Poi ho perso interesse. Io, intendo, perché Angela non lo ha perso affatto. Abbiamo deciso che quella roba poteva continuare anche a farla da sola, a me non importava. Io preferisco il rapporto a due, sono noioso. Non mi eccita l’idea che qualcuno possa guardarmi mentre scopo, e sentirlo fare commenti a riguardo di un brufolo che ho sul culo mentre il mio cazzo è dentro, ad un altro culo. A lungo andare non è per niente eccitante. O almeno, non lo è stato per me.
Quindi io ho le mie storie, e lei ha le sue. Abbiamo due figli, un mutuo, una casa. Viviamo bene. Non ci è mai passata per la testa l’idea di poterci lasciare. Sappiamo prenderci cura di noi e volerci bene, anche se non ci amiamo più. Abbiamo due figli, e non abbiamo intenzione di spartirci il loro tempo dopo essere passati da un avvocato e un giudice, e per il resto che ognuno si scopi chi cazzo vuole, il sesso non ha niente a che vedere con il tenere in piedi una famiglia.
Quando imbocco l’autostrada Angela riprende a vendere la sua merce.
Franco è spesso a Milano per lavoro, mi dice, ma vive da sempre a Napoli. Carla lavora a Napoli. Quarantenni, sposati da quasi vent’anni, due figli. Una storia simile alla nostra, ma a parti invertite: quella che si è rotta il cazzo degli scambi di coppia e delle ammucchiate è Carla. Quello che invece non sa tenere a riposo i genitali è Franco. Così, nonsobenedove e nonsobenequando, mia moglie e Franco si incontrano, si assaggiano e decidono di piacersi. Partecipano a qualche ammucchiata e diventano grandi amici, di quelli che passano a parlare una frazione del tempo che passano a scopare, beneniteso, ma comunque amici. Così, parlando parlando, Franco le spiega la situazione con sua moglie, Angela spiega a Franco la sua situazione con me, e ai due viene in mente di farci incontrare, perché gli sembriamo compatibili. Due geni, insomma.
“Balle”, dico io. “Voi due avete intenzione di scopare tra di voi. Il villino è per quattro, io e quell’altra..”
“Si chiama Carla”.
“… Io e Carla, va bene? Io e Carla vi serviamo solo per dividere le spese per quattro. Io e Carla siamo le palle al piede. Io e Carla probabilmente non scoperemo nemmeno, perché io e Carla, sempre che Carla somigli alla descrizione che ne fai, sembriamo essere due persone normali, e le persone normali non vivono per scopare. Scopano di tanto in tanto, mentre vivono”.
“Cazzomoscio”.
“Ninfomane”.
“Comunque non è per dividere le spese. Tanto ho pagato con la tua carta di credito”.
“Stronza”.
“Guarda che comunque abbiamo il conto in comune, ometto”.
“E’ vero”, dico io. “Ma rimani comunque stronza”.
“E Franco e Carla pagano la loro metà”.
“Adesso sei un po’ meno stronza”.
Ride.

Mia moglie lascia filtrare la verità goccia a goccia, tirando fuori in maniera quasi casuale un nodo del suo disegno su tela intrecciata. E invisibile. Dalle parti di Bologna si lascia scivolare fuori che Carla ha smesso da qualche tempo di fare sesso con altre donne. Franco dice che lei sostiene di averlo fatto solo per curiosità, e perché faceva parte del gioco giocare a leccafiga di tanto in tanto, ma Franco non se lo spiega, perché dice che durante le ammucchiate lei, che avesse un pisello nel culo, nella figa o in entrambi, trovava sempre il modo di avere una figa sotto le labbra. Quindi boh, la questione a Franco sembra complessa, secondo lui è una sorta di rifiuto. Una negazione.
“Dimmi che Franco non ti vuole usare per riconventirla al leccafigaggio”, faccio io.
“Se capita capita”, dice lei.
“Quindi il viaggio lo hai organizzato per me. Non per scoparti Franco mentre lecchi la figa a sua moglie, no: per me. Che starò nella mia stanza a leggere un libro. O a giocare a dama. Da solo. Grazie davvero”.
“Ho detto che se capita capita. Non che ho in programma di farlo capitare. Ma se capita capita”.
“Mi fai una cortesia”?
“Dimmi”.
“Prima di mettere la tua linguaccia sulla figa di quella donna, mi dai almeno modo di decidere se mi va di scoparla”?
“E’ tutta tua. Se la scarti e mi va me la lecco io, affare fatto”.
“Non si butta via niente, eh”?
“Cazzomoscio”
“Ninfomane. E ripetitiva”.
“Anche tu sei ripetitivo”
“Gne-gne-gne”.
Ottant’anni in due, cristo santo.

Riusciamo a litigare sulla politica, poi parliamo di flim. Ad un certo punto Angela si infila una mano sotto la gonna, e comincia a masturbarsi mentre guarda fuori dal finestrino. Lo ha sempre fatto, e vent’anni fa era una cosa che me lo faceva diventare di marmo. Ai tempi accostavo e cercavo di scoparla prima che cambiasse idea, figuratevi. Ora la cosa non mi smuove. So che è una cosa sua, e che non riguarda me. Si strofina per qualche minuto, poi geme e si scuote. Io non parlo, guido e bado alla strada. Il mio cazzo è moscissimo. Lei riprende a masturbarsi, sempre guardando fuori dal finestrino, e nel giro di un paio di minuti viene un’altra volta. Mi guarda, sbuffa. “Cosa non darei per una leccata di figa, gurada”. Io scrollo le spalle. “Se vuoi mi fermo in autogrill, qualcuno nel bagno degli uomini magari lo trovi”.
“Nah”, dice lei. “Troppo sbattimento”. Ride e riprende a menarsela. Tempo tre minuti e viene di nuovo, poi ridacchia mentre si pulisce la mano con una salvietta umidificata. L’ho vista masturbarsi sette volte di fila, durante un viaggio verso la Puglia. Niente di nuovo. Niente di strano. Non è una pazza. Sa contenersi. In macchina con me è al sicuro, sa che può farlo, e quindi se le viene la voglia lo fa. Non lo ha mai fatto nel mezzo di un supermercato, per dire. O davanti alla scuola dei nostri figli.
Arriviamo al casale, che è piuttosto piccolo e completamente isolato. Chiamiamo il proprietario, un signore attorno ai settanta che arriva a bordo di una 127 azzurra tirata a lucido. Lui ci mostra la casa, ci lascia le chiavi, rimonta sul suo macinino e se ne va regalandoci un bel sorriso da dentiera nuova.
Portiamo i nostri pochi bagagli al piano di sopra. Ci fermiamo sul pianerottolo in cima alle scale guardando le due stanze.
“Come funziona? Io metto le mie cose in una stanza e tu metti le tue nell’altra”?
Lei annuisce. “Credo sia più pratico”.
“Quindi non ho modo di non dormire con lei”.
“Puoi decidere di scoparla o meno. E puoi decidere di dormire in giardino”.
Io vado a mettere le mie cose nella stanza di sinistra, lei va a metterle nella stanza di destra.
Alle sette di sera arrivano Franco e Carla. Ci presentiamo, li accompagniamo nelle stanze. Carla mi segue nella stanza di sinistra, senza che ci sia bisogno che nessuno le dica nulla. Sa che seguire me è sufficiente. Lei è bionda, e ha gli occhi azzurri. Un bel naso, un bel mento. Bei denti. Belle mani. E ok, anche un gran bel culo. Bella forma. Sguardo intelligente, sorriso un po’ sghembo, tette interessanti. Mentre lei mette via le sue cose io mi siedo sul letto. Che è un letto matrimoniale. Sento mia moglie e Franco parlare, nella stanza accanto. Noi stiamo in silenzio. Carla va verso la sua metà letto, vi si siede sul bordo, mette qualcosa sul comodino. Ci diamo le spalle a vicenda. Quasi subito cominciano ad arrivare rumori dall’origine inequivocabile: Franco e Angela hanno smesso di parlare, e si stanno salutando a modo loro.
“A te sembra normale”?
“No”, dico io. E lo penso davvero.
“Che cosa non ti sembra normale”?
“Il loro modo di vivere il sesso. Non mi sembra normale. Sono rimasti da soli in una stanza per quanto, cinque minuti? Ecco, stanno già scopando”.
Lei annuisce. “Angela si è masturbata mentre venivate qui”?
La domanda mi sorprende. “Perché me lo chiedi”?
Lei sospira. “Perché Franco si è masturbato due volte. In due diverse aree di servizio”.
“Ah”, faccio io. “Angela si è masturbata tre volte”.
Ci arriva un grugnito, seguito da una serie di gemiti. Il letto perlomeno non cigola, è già qualcosa.
“Che loro non siano normali mi è chiaro”, mi dice Carla. “Che vivano il sesso in una maniera per me incomprensibile anche. Quello che mi chiedo è se è normale che io e te si sia qui, adesso, ad ascoltarli scopare. Ad accompagnarli, a scopare. Disposti a condividere il letto con uno sconosciuto pur di accompagnarli nella loro gita di sesso in campagna. Mi chiedo se siamo noi, che li assecondiamo, ad essere quelli normali”.
Restiamo in silenzio per un po’, ascoltando il rumore ritmico e sordo di sottofondo e i gemiti che sfuggono da sotto la porta, chiusa a chiave, che mette in comunicazione le due stanze.
“Da quanto tempo non fai sesso con Franco”?
“Quasi sei anni”, dice lei.
“Io con Angela non lo faccio più da sette”.
Tira un mezzo sospiro, poi sbuffa.”Non sai quannto ti capisco. Era diventato terribile, vero”?
Io annuisco, poi mi ricordo che lei è alle mie spalle, di spalle, e che non può vedermi annuire. “Già”, dico. “Voleva farlo di continuo. Non le stavo più dietro. Non ce la facevo. Ho cominciato ad averne la nausea. Ho cominciato a respingerla”.
“Io non sopportavo più i festini”, mi dice lei. “Per qualche anno sono stati la mia passione, poi ho cominciato a provare repulsione per quell’idea di corpi aggrovigliati. Uno sconosciuto che te lo mette in culo mentre tu lo ciucci ad uno sconosciuto, e tuo marito che ti fissa mentre si incula una a tre metri di distanza. Sperma che schizza e vagine che sbrodolano. Gente che grida. Quelli che si sentono dei tori e che devono dimostrartelo a tutti i costi. Gente che puzza. Aliti. Non li reggevo più”.
Io sospiro. Mi ci riconosco. “Angela mi ha detto che le nostre storie sono molto simili, e a quanto pare non esagerava”.
“Posso chiederti se hai ancora una vita sessuale”?
“Sì”, rispondo. “L’ho ancora. Ma non è una vita sessuale frenetica. Non ho relazioni. Ogni tanto mi scopo qualche collega sposata, come tutti”. Lei ride. “Ma le cose si fermano lì. Tu, invece”?
“Sì”, dice lei. “Mi scopo anche io qualche collega che si prende una boccata d’aria da una storia seria. Come tutti”. Accenna una risata, che subito viene coperta dagli “uh! uh! uuhH!” di mia moglie che si riavvicina all’orgasmo. Stiamo in silenzio e ascoltiamo. Normale? E’ normale? Mi ritrovo a dondolare la testa. No, che non è normale.
Angela viene, poi sentiamo una specie di muggito soffocato, e deve essere Franco, perché subito dopo il rumore ritmico cessa.
“Diamogli il tempo di lavarsi le mani e la bocca, poi prepariamo per la cena”, mi dice Carla.
“Ricordami di ricordare loro di quanto sia importante una buona igiene delle mani”, dico io, e insieme scendiamo le scale ed andiamo in cucina.
Ceniamo. Beviamo molto vino e ridiamo parecchio. Franco tira fuori due canne, e le facciamo girare. Stiamo in veranda a guardare le stelle e ad indicarci a vicenda le costellazioni. La notte è limpida, la Via Lattea si distingue meravigliosa in cielo. Noi di città non siamo abituati a vedere quello che c’è dietro la nostra cappa di smog e di luce. Mi sento piccolo, insignificante, un cazzo di microbo che vive sulla crosta di un sassolino azzurro orbitante attorno ad una piccola stella insignificante. Però è bello, essere qui.
Franco e Angela verso le undici si alzano, ci salutano e vanno verso la loro camera. Io e Carla rimaniamo a guardare le stelle e a finire la seconda canna. Verso mezzanotte andiamo in camera, e sentiamo che Franco e Angela stanno ancora scopando. Ci facciamo la doccia, a turno. Lei rientra in stanza con un pigiamino azzurro a mezza coscia, e non indossa il reggiseno. Ci mettiamo a letto, e dopo un po’ ci abbracciamo. Sentiamo Franco e Angela ansimare e grugnire e gemere, e ci abbracciamo. Dopo un po’ ci addormentiamo, e quando mi risveglio il mattino dopo mi ritrovo ancora avvinghiato a lei.

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