Confessioni tra donne

Confessioni tra donne

In una mattinata di fine aprile, mi risvegliai sola nel mio letto, ricordandomi che la mia ragazza era via di casa per qualche giorno. Eccitata al pensiero di passare un po’ di tempo da sola, decisi di fiondarmi al pc per vedere se trovavo connessa una mia vecchia amica di nome Rosa. Incredibile ma vero, utilizzavo ancora Messenger, sebbene ormai tutte le persone che conoscevo avessero Facebook. A dire il vero però, Messenger lo usavo esclusivamente per chattare con le ragazze che abbordavo in Lellissime, un forum lesbo che conteneva una sezione per scriversi messaggi privati. Una volta contattate le ragazze del forum, davo a quelle che sembravano più interessanti il mio contatto Messenger. Ul_ydal era il mio nick, una specie di nonsense che era nato pigiando sulla tastiera ad occhi chiusi. Comunque, quella mattina entrai in messenger, ma Rosa non era online, così decisi di fare un giro nel solito forum per vedere se vi fosse qualche donzella interessante. Una volta entrata mi accorsi che le amministratrici avevano eliminato due miei racconti che avevo inserito nella sezione Dediche. “Ma porca puttana!”, esclamai, “ma si può sapere perché queste ce l’hanno con me?”. Mi scaldai alquanto, perché non era la prima volta che mi succedeva una cosa simile in un sito lesbico. Proprio in quell’istante mi accorsi che Rosa si era appena connessa a Messenger e mi fiondai a risponderle.
Rosa: Ciao, come va?
Luisa: Ciao, bene, ma sono incazzata! 🙁 Rosa: ma dai, perché?
Luisa: mah perché ho appena scoperto che delle stupide di un forum mi hanno cancellato dei racconti!
Rosa: ah… scrivi ancora quei raccontini? 🙂 Luisa: ogni tanto…
Rosa: posso fare qualcosa per distrarti? Luisa: mah… non lo so…
Improvvisamente Rosa scomparve, cioè, risultava ancora connessa, ma smise improvvisamente di scrivere nonostante io continuassi a chiederle se fosse ancora lì. Qualche istante dopo però condivise la webcam e di fronte al mio stupore mi mostrò un capezzolo.
Luisa: Ma che fai?
Rosa: Cerco di tirarti su! 😀
Non ci potevo credere! Tempo addietro c’eravamo dette a vicenda che ci trovavamo sexy ma mai avevo pensato che saremmo passate a questo. Per di più lei sapeva che ero fidanzata, non la facevo così sfrontata. Strabuzzai gli occhi nel vedere che ora aveva avvicinato il seno alla webcam per farmelo vedere meglio, strofinando un dito sul capezzolo. Mi trovai di fronte ad una sorta di bivio: una parte di me era sbalordita e indignata, l’altra parte estremamente eccitata. In fondo però che cos’era una webcam? Non si sarebbe certo potuto considerare un tradimento, pensai. Decisi così di assecondare l’eccitazione e risposi a Rosa mostrandole non una, ma ben tutte e due le tette.
Rosa: Ma cosa fa? Io scherzavo!!! 😀
Luisa: Ma per favore, non ci crede nessuno!
Mi leccai avidamente un dito e lo strofinai contro un capezzolo, stando ben attenta che la webcam inquadrasse quanto stavo facendo. Rosa dal canto suo si massaggiava il seno con delicata frenesia. La mia eccitazione crebbe a tal punto che non potei trattenermi e mi misi a sfiorarmi l’inguine con l’altra mano, mentre la prima era ancora impegnata col capezzolo. Indossavo dei fuseaux con nient’altro sotto e mi sentivo le gambe, e in particolare le zone intime, avvolte in una calda morbidezza. La mia mano iniziò a slittare sulla stoffa dei fuseaux, sotto la quale fremeva la mia vagina inumidita dal sudore e dall’eccitazione. Di fronte a me ora i due seni di Rosa, lattei e dal capezzolo appuntito, mi si presentavano come una voluttuosa visione incorniciata dai margini del pc. La mia mano bollente strinse la punta di un capezzolo, mentre l’altra mano continuava a strofinarsi contro la stoffa dei pantaloni, il cui sfregamento contro la pelle delle mie parti intime mi faceva nascere lungo la schiena incredibili brividi di piacere. Quel gioco, lento e voluttuoso, continuò per alcuni minuti. D’improvviso però, bisognosa di giungere all’apice, con una accelerata improvvisa della mano mi costrinsi a raggiungere l’orgasmo. Quel momento così inaspettatamente erotico era stato tanto breve quanto intenso.

Rosa: tutto bene? Luisa: si, tu?
Rosa: bene, ora che fai?
Luisa: scusami, devo andare, ti spiego poi, ho avuto un’idea.

Tagliai corto il più possibile e mi defilai perché avevo avuto un’idea per un nuovo racconto erotico. “Stavolta lo metto da un’altra parte, non più in quello stupido forum”, mi dissi, iniziando subito a scrivere.
Ridestatami dallo stupore per il contenuto del racconto che avevo appena letto, mi chiesi se avesse senso rispondere ad una persona che aveva scritto una cosa così ispirata alla mia vita. Pensai che potesse essere uno scherzo, magari addirittura di Giuliana, ma l’avrei trovato molto strano. Rimasi a rimuginarci per qualche minuto dopo di che decisi di pensare ad altro. Ecco che mi venne un’idea: era giunto finalmente il momento di concludere e pubblicare nel mio blog il racconto che avevo lasciato in sospeso due anni prima. Così andai a cercare il documento e iniziai a scrivere.
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Milu, l’erotico bar delle donne sole
Era un’umida e calda estate, che si sarebbe rivelata bollente sotto molti aspetti. Io avevo deciso di andarmene in vacanza da sola, tanto ero stressata dalle persone che mi circondavano quotidianamente, per di più lo volevo fare a casaccio, o meglio, volevo arrivare dove il caso mi avrebbe portata. Così partii in bicicletta con un
mega borsone sulle spalle, ma dopo qualche chilometro decisi di legare la bici a un albero e di prendere un autobus. Questo mi portò in una località di mare dove passai il resto della giornata, per poi dormire in spiaggia. Il mattino seguente feci l’autostop e ripartii quindi con un tizio sulla quarantina che non fece altro che guardarmi le gambe. Fu allora che iniziai a sospettare che, nonostante la spontaneità fosse una bella cosa, passare le vacanze come stavo facendo io non fosse proprio una grande idea. Così mi feci lasciare dal tizio in un pianeggiante paesino sperduto nella campagna, ormai decisa a tornarmene a casa. Prima però dovevo assolutamente fermarmi da qualche parte per ristorarmi e per capire come fare. Dopo pochi passi sull’asfalto cocente, mentre vedevo la macchina del mio accompagnatore scomparire ondeggiante all’orizzonte, intravidi un bar e mi ci avvicinai. “Bar Milu” si chiamava e l’insegna di fianco alla scritta riportava la sagoma di una donna nuda in una posa da spiaggia, cosa che in pieno inverno non avrebbe avuto molto senso. In ogni caso entrai lasciando chiudere la porta tintinnante alle mie spalle. “Salve”, dissi, “potrei avere un caffè shakerato?”. La proprietaria, una donna corpulenta ma a suo modo carina, sorrise a mala pena sotto la frangetta color platino e iniziò a prepararmi il caffè. Me lo passò infine con un altro mezzo sorriso, per poi tornare a pensare alle sue cose. Mi resi conto allora che il bar era deserto, dentro c’eravamo solo io e la barista. “Non passa molta gente da queste parti?”, chiesi, pentendomi subito di aver fatto una domanda così poco lusinghiera. La donna continuò a trafficare con le bottiglie e non rispose. Man mano che bevevo il caffè shakerato mi sembrava che il caldo aumentasse, invece di ristorarmi pareva che quel bar cercasse di farmi fuggire. Senza rendermene conto mi levai la maglietta e rimasi in reggiseno. La donna non se ne accorse e continuò a far tintinnare i bicchieri nel lavandino. Improvvisamente ebbi l’impulso di togliermi anche i pantaloncini corti che indossavo e non cercai di frenarlo. Slacciate le scarpe, le levai insieme ai calzini e le gettai sul pavimento, quindi mi alzai in piedi e in men che non si dica mi ritrovai in mutande e reggiseno, sola dentro il bar con l’abbondante titolare bionda. Lei si voltò e mi guardò, ma senza stupore in viso. Io stranamente non provai alcun tipo di imbarazzo. D’un tratto vidi muoversi un tendaggio rosso di fianco al bancone e trasalii. Comparve una donna discinta coi capelli biondi sciolti che le ricadevano sugli abbondanti seni bianchi. Nel vedermela venire incontro in tanga, reggiseno e tacchi pensai fosse una spogliarellista. “Salve”, sorrise rivolgendomi la parola, “vuoi venire con me?”. Io sbarrai leggermente gli occhi ma poi senza battere ciglio mi alzai, pronta a seguirla ovunque intendesse portarmi. La donna, che pur essendo così diversa mi ricordava la barista, si avviò verso il tendaggio dal quale era comparsa, ma si fermò e aperto un frigo ne estrasse un ghiacciolo al limone, per poi voltarsi nuovamente a guardarmi. “Coraggio, andiamo”, sussurrò scostando il tendaggio rosso scarlatto con una mano, lasciando intravedere il buio che c’era al di là. Io ero come in uno stato di trance e senza dire una parola la seguii. Un istante dopo mi trovai immersa nel buio insieme a quella dolce e formosa sconosciuta. Si accese una luce colorata e io mi accorsi quasi subito che si trattava di una di quelle strane lampade che emettono vapore e cambiano colore. La donna si stese su di un letto a due piazze, stropicciato ma inalante essenze floreali. “Io sono Ursula”, disse scartando il ghiacciolo. “Ah, piacere, io sono Miriam… ma che ci facciamo qui?”, chiesi. Ursula rise leccando il ghiacciolo. “Siediti vicino a me”, disse. Io ubbidii, ipnotizzata dal suo magnetico fascino. La donna si scoprì un seno e fissandomi dritto negli occhi iniziò a strofinarvi il ghiacciolo. Sentii la salivazione aumentare nella mia bocca nel guardarla stuzzicare il capezzolo con la bianca punta del ghiacciolo. La luce era bassa, ma comunque alta abbastanza da permettermi di vedere i particolari della scena. Una goccia colò lentamente lungo la pelle del suo seno, mentre lei continuava a strusciarvi il ghiacciolo in modo sempre più forsennato. Io allungai una mano verso di lei, che si immobilizzò, e la posai sul suo seno. Lo palpeggiai un momento, come cercando di allontanare ogni pudore, poi sorrisi e afferrai il ghiacciolo. Continuai a fare sul suo capezzolo ciò che fino a due secondi prima stava facendo lei. Ursula mi afferrò il polso violentemente e guardandomi negli occhi si portò il ghiacciolo alle labbra, per poi succhiarlo voluttuosamente. Non riuscii più a contenermi, mi strappai di dosso quel poco che indossavo e le sbattei il mio seno in faccia. Lei per tutta risposta iniziò a succhiarlo come faceva col ghiacciolo, facendomi volare immediatamente in un’altra dimensione. “Ma chi sei tu? Cosa ci faccio io qui?”, chiesi senza quasi rendermene conto. Ursula, anziché rispondere, mi diede uno schiaffo su una natica, facendomi sobbalzare di sorpresa e di piacere. Poi mi respinse da sé e mi gettò sul letto. Ormai ero sua, mi aveva in qualche modo indotta a fare ciò che voleva e resa schiava del piacere che mi faceva provare. Il ghiacciolo era finito sul lenzuolo e iniziava a sciogliersi, ma lei lo afferrò e dopo averlo leccato abbondantemente mi allargò le gambe e lo avvicinò alla mia vagina. Sobbalzai nuovamente, stavolta nel rendermi conto di ciò che voleva fare, ma non feci una piega e aspettai che procedesse. Un istante dopo sentii una lama ghiacciata penetrarmi e gridai. Ursula sorrise diabolicamente e iniziò a spingere il pezzo di ghiaccio tra le mie labbra, avanti e indietro, con lenta e inesorabile voluttà. Allargai le braccia lungo il materasso e strinsi i pugni nel tentativo di res****re a quell’attacco di crudele piacere. Il caldo che avevo patito quel giorno si dissolse presto in un lungo orgasmo coronato di ghiaccio. Poi più nulla, tutto tornò buio. Dopo alcuni minuti, durante i quali ripresi le forze, vidi nuovamente il tendaggio scostarsi, lasciando entrare la luce proveniente dal bar. Ma non vidi se fosse Ursula ad aprirlo, sembrava che ora non ci fosse nessuno lì con me. Allora mi alzai e ripescai da terra la mia sciatta biancheria intima. Corsi nel bar a riprendere gli altri indumenti e mi rivestii. Anche la grassoccia barista bionda sembrava scomparsa. Scappai all’esterno, completamente ristorata, e iniziai a pensare di avere avuto una qualche forma di allucinazione dovuta alle alte temperature. Camminai lungo un viale alberato per qualche chilometro, senza più quasi rendermi conto del caldo, e d’improvviso vidi arrivare sfrecciando una macchina color rosso scarlatto come il tendaggio del bar Milu, che sollevava un terribile polverone sulla strada sterrata. Feci cenno di autostop e l’auto si fermò, ma la polvere era tale che non riuscii a vedere che ci fosse dentro. Aprii la portiera, mi sedetti e la macchina ripartì prima che io riuscissi a chiudere del tuto la portiera. Mi voltai e alla guida trovai Ursula che con un sorriso sarcastico accelerò, sfrecciando verso un orizzonte marittimo.

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