Bambola di carne

admin   10 febbraio 2017   Nessun commento su Bambola di carne

L’appuntamento era con una persona che non avevo mai avuto l’occasione di incontrare prima. In precedenza era intercorso un lungo scambio di e-mail e questo rapporto epistolare mi aveva reso l’idea di chi avrei tra poco incontrato. L’avevo conosciuto circa un mese prima, ricevendo da lui una e-mail semplice ed essenziale, schietta ma cortese.
Aveva scoperto le mie pagine web ed era rimasto colpito dalla mia predisposizione ai giochi fetish comprovata soprattutto dalle esplicite foto pubblicate. Nel marasma di messaggi che ricevo non capita spesso qualcosa di simile perciò decisi di approfondire il contatto rispondendogli subito.
Era uomo coniugato, non libero, ma disponeva di un appartamentino in una località di villeggiatura dove occasionalmente ospitava gli amici per mettere in atto vari giochi sessuali.
Aveva già avuto diverse esperienze, ma solo alcune delle quali erano state soddisfacenti. Nella maggior parte dei casi aveva scoperto che i suoi interlocutori, così decisi e motivati nelle e-mail, si rivelavano poi dei fallimenti, timorosi, indecisi, dubbiosi.
Al momento di realizzare ciò di cui si era tanto discusso, sorgevano insormontabili problemi del tipo : scusa non me la sento, ho cambiato idea, questa volta è meglio di no, magari la prossima volta.
Naturalmente, date le premesse, anche nei miei confronti era dubbioso.
La mia impressione era quella di un uomo abbastanza sincero, con una certa dose di buon senso e perciò affidabile per l’esperimento abbastanza estremo che avevamo in programma.
Nei giochi BDSM esiste l’esigenza irrinunciabile alle completa fiducia nel proprio master, significa letteralmente mettere la propria vita nelle sue mani.
Quando si è legati, immobilizzati ed imbavagliati non si ha la possibilità di reagire in nessun modo e perciò di difendersi dall’eventuale eccesso.
È fondamentale stabilire che il proprio partner non sia psicotico o in generale pericoloso. Mi resi conto che non era il suo caso e stabilimmo un appuntamento per la domenica seguente.
Mi presentai a casa sua perfettamente truccata e vestita con abiti eleganti ma non particolarmente vistosi, una camicetta grigio perla, una gonna nera al ginocchio, calze color carne, scarpe channel con tacco da 5 centimetri, capottino rosso bordeaux. Insomma, una donna normalissima.
Mi fece entrare e dopo le presentazioni mi offrì un drink.
Si complimentò con me per il mio look e ripassammo tutto lo story board, cioè il programma del pomeriggio nel minimi dettagli, già concordato in diverse lettere precedenti.
Lo spunto era stato preso da una serie di disegni di Willie, un classico del BDSM, la storia originale si intitolava “Antonia va al ballo del bondage”.
Per prima cosa mi spogliai quasi del tutto, conservando solo lo string che indosso sempre. È una specie di mutandina in lattice di gomma molto resistente ed elastica. Indossarlo non è facile, occorre per prima cosa far rientrare i testicoli nello scroto e poi si deve girare il pene verso l’ano, infilandolo nell’apposita tasca.
Lo slip è molto stretto ed indossarlo le prime volte era una vera tortura, ora che mi sono abituata a portarlo quasi sempre è diventato un semplice capo di abbigliamento.
Di certo serve alla sua funzione, il risultato è veramente buono, non si nota nulla di sporgente. Ovviamente il bozzo di un pene stonerebbe con le gonne attillate e oltre a questo lo slip strettissimo e conformato rende impossibile un’accidentale erezione.
Rimasi alcuni minuti nuda davanti a lui, come se stessi sostenendo un esame. Mi pizzicò i capezzoli facendoli immediatamente inturgidire.
Notò immediatamente i fori quasi invisibili che li attraversavano da parte a parte, anche se erano momentaneamente sprovvisti di anelli o barrette.
Poi mi fece girare, piegare il busto in avanti in modo da offrire le mie natiche alla sua ispezione.
Sembrò apprezzare la perfetta depilazione a cui ero sottoposta la sera prima, non presentavo il più piccolo pelo, nemmeno sul pube o sotto le ascelle, a parte le sopracciglia sottili e i capelli ero completamente glabra.
Infilò le dita nello string e guardò con curiosità come lo avessi indossato.
La membrana di gomma si tese immediatamente a causa della pressione del pene che iniziava ad inturgidirsi al suo contatto ma nonostante tutto fece il suo dovere e lui smise di armeggiare.
Il rito iniziò subito dopo, mi fece accomodare in camera da letto, davanti ad un grande specchio montato sulle porte dell’armadio, in modo da farmi vedere le varie fasi della mia trasformazione in manichino umano.
Per prima cosa, come da accordi, mi avrebbe “zittita”.
Questa fase è particolarmente delicata perche’ il master deve saper comprendere l’eventuale difficoltà della sua vittima senza sentirlo dire esplicitamente, visto che la stessa non è in condizione di parlare.
Il pericolo è dato anche dal fatto che un bavaglio fatto maldestramente potrebbe rischiare di soffocare lo slave, ma per evitare ciò avevamo stabilito il classico segnale: il foulard tenuto in mano e lasciato cadere se qualcosa non andava per il verso giusto.
Per prima cosa mi ficcò in bocca una palla di gommapiuma con infilato un tubo di plastica schiacciato e sagomato alle estremità in modo da fuoriuscire dalla bocca al livello delle labbra. Mi infilò in testa una cuffietta in gomma del tipo usato in piscina, racchiudendo al suo interno i capelli.
Sugli occhi mi applicò dei dischi di plastica con dei piccolissimi fori, quel tanto che serve a vedere qualcosa, ma non più dello stretto indispensabile per non inciampare. I dischi erano sagomati secondo il profilo delle orbite ed erano fissati con del biadesivo sulla pelle. Potevo aprire e chiudere gli occhi senza fastidio, anche se non vedevo quasi nulla.
Prese delle bende ricavate tagliando a strisce delle calze da donna e cominciò a fasciarmi la testa, lasciando scoperti solo i fori per gli occhi e l’apertura per respirare.
In breve il mio viso fu molto simile a quello di una mummia egiziana, sentivo la bendatura comprimermi la faccia, respiravo come potevo ma non mollai mai il mio foulard.
Mi guardai allo specchio, il mio viso era una maschera inespressiva, la superficie liscia interrotta solo dai due forellini per gli occhi e dall’apertura del boccaglio per respirare.
Non vedevo quasi nulla, sentivo pochissimo e respiravo a malapena.
Ma mi piaceva, sentivo il mio “coso” inturgidirsi e spingere all’interno dello string.
La prima parte della trasformazione era completata, ora veniva la parte più difficile. Prese dal suo borsone uno strano capo di abbigliamento, sembrava un busto pelle nera ma era dotato di numerose cinghie di chiusura e sulla parte posteriore aveva una specie di sacca interna anche questa dotata di cerniere e chiusure a laccio. Non me lo consegnò semplicemente ma me lo fece indossare personalmente, e questo fece accrescere in me l’eccitazione. Essere completamente nelle sue mani, essere manipolata a suo piacimento
era per me molto eccitante.
Sollevai le gambe ad una ad una e le infilai nel busto. Lo sollevò all’altezza del torace e mi piegò gentilmente le braccia dietro la schiena, facendomele infilare nella sacca posteriore.
Mi strinse i polsi con un’invisibile cinghia bloccandomeli all’altezza della vita.
Poi sentii scorrere la lampo della sacca finche’ sentii il suo ferreo abbraccio che mi serrava i gomiti uno contro l’altro.
Ora le mie braccia erano completamente bloccate dietro la schiena, come in una camicia di forza.
– Sei pronta? – mi chiese.
Io annuii muovendo il capo e lui iniziò a stringere i lacci posteriori, uno alla volta. Ad ogni strappo sentivo il corsetto stringermi sempre di più comprimendo il mio ventre le mie braccia contro la schiena fino a incorporarle nel corpo.
– Espelli l’aria più che puoi – mi disse.
Io cercai di svuotare al massimo i polmoni e sentii la legatura cedere leggermente, ma fu un sollievo di breve durata perchè subito lui proseguì con la tesatura delle cinghiette che avvolgevano il corsetto.
Ogni volta che ne stringeva una sentivo il mio corpo irrigidirsi e sentivo mancarmi il respiro.
Il mio ventre si era trasformato in un vitino da vespa, come quello delle dame del settecento. La circolazione sanguigna nelle braccia stava rallentando, ne ero certa perchè non le sentivo quasi più, e pensare che mi ero offerta di sopportare quel supplizio per diverse ore!
Dopo un pò l’operazione di chiusura terminò, ora ero completamente avvolta dal corsetto di Venere che mi faceva sparire letteralmente le braccia.
Mi fece sedere sul bordo del letto, operazione non tanto facile dato che ero “ingabbiata” dalla testa alla vita. Sedendomi la morsa del corsetto aumentò a dismisura, tanto che per un lungo attimo credetti di svenire.
Lui se ne accorse e mi chiese che andava tutto bene. Mi ripresi quasi subito e annuii.
Mi prese la gamba sinistra e cominciò la vestizione con la tuta in lattice che tra poco sarebbe diventata la mia seconda pelle. Delicatamente infilò il piede nell’estremità della tuta, aiutato da abbondanti spolverate di talco. Con molta destrezza riuscì a farmi entrare in quello stretto budello di gomma fino alla vita, tendendo bene la membrana di gomma.
La tuta era stretta ma estremamente sottile perciò cedeva con facilità e si adattava alle mie gambe senza lasciare pieghe alle caviglie e alle ginocchia.
Il colore della “pelle” era rosato ma aveva una tonalità piuttosto innaturale, il classico rosa porcellino tipico dei manichini da vetrina.
Prese un paio di calze nere me le infilò sulle gambe con molta attenzione.
L’effetto era comunque notevole, le mie gambe erano veramente attraenti, così rivestite dal velo di lattice e valorizzate alle calze velatissime.
Mi fece poi indossare una specie di reggiseno imbottito con qualcosa di morbido e pesante.
Era di una misura spropositata e sentivo il suo peso sbilanciarmi in avanti.
Mi fece rialzare e con qualche difficoltà riusci ad infilare la tuta sul tronco, ricoprendo il corsetto, poi chiuse le cerniera posteriore fino al collo.
Adattò le prominenze della pelle artificiale al mio nuovo seno artificiale e infine lo completò con due grossi capezzoli scuri adesivi.
Dalle spalle le maniche della tuta penzolavano inerti ma presto furono riempite con un’imbottitura di gommapiuma e completate da una coppia di finte mani in gomma, con tanto di unghie laccate di rosso vivo.
Mi cinse la vita con un reggicalze in pizzo nero al quale agganciò le calze, prese poi delle scarpe con un tacco altissimo e me le infilò ai piedi, erano molto strette e non fu facile mettermele ai piedi.
Il tacco era di almeno 16 centimetri! il mio equilibrio divenne precario, in bilico su quei trampoli rischiavo di cadere e non avendo le braccia per proteggermi mi sarei potuta far male.
Per fortuna al mio partner se lo aspettava e mi fece sedere nuovamente.
Frugò in un armadio e prese una maschera un lattice dalle fattezze di donna. Era dipinta in modo da sembrare truccata e portava ai lobi delle orecchie degli orecchini a cerchio.
Me la infilò sul viso e la sistemò sulla testa. Era molto elastica e si adattò alla perfezione alla mia fisionomia, sul retro aveva una cerniera che una volta chiusa sigillò la mia testa all’interno. Dai fori delle pupille, sistemati accuratamente sopra i corrispondenti fori dei dischi che mi coprivano gli occhi, riuscivo a vedere ancora qualcosa.
Il respiro, già reso difficoltoso dal bavaglio e dalla fasciatura fu ulteriormente peggiorato dalla maschera, riuscivo a respirare con brevi ansiti.
Mi sistemò poi una parrucca corvina a caschetto, la pettinò e fissò con una spruzzata di lacca.
Era giunto il momento di “vestire” il manichino con qualcosa di elegante.
Prese dall’armadio un vestito rosso in seta leggera e me lo infilò con qualche difficoltà.
Al termine la bambola umana era pronta. Mi fece girare verso lo specchio per farmi ammirare. Da quel poco che riuscivo a vedere la cosa era ben riuscita, ero stata trasformata in un vero manichino da vetrina, dall’espressione enigmatica e immutabile. Le braccia inerti pendevano dalle spalle ma nell’insieme il vestito mi donava molto.
Mi concesse qualche minuto per osservare il risultato, poi mi aiutò a camminare verso il soggiorno, dove aveva preparato la cena per due a lume di candela.
Mi fece accomodare a tavola e piegò le mie braccia appoggiandole sul tavolo. Inutile dire che per tutta la cena stetti zitta e non toccai cibo.
In compenso per tutto il tempo mentre cenava conversò amabilmente con me, facendomi una corte serrata, allungando la mano sotto il tavolo, toccandomi le gambe e alludendo a proposte molto piccanti per il dopocena.
Si comportò come fossimo una coppia di amanti, solo che io ero una fredda bambola di plastica.
Intanto non sentivo più le braccia, le spalle erano indolenzite, il busto rigido mi straziava la vita, sotto la tuta di lattice avevo caldo e sudavo, lo string mi torturava il pene che tentava un’impossibile erezione.
Per fortuna riuscivo almeno a respirare, almeno quel tanto che me lo permetteva la corazza che mi bloccava il torso.
Incredibilmente ero felice, nonostante tutto mi sentivo a mio agio ed ero terribilmente eccitata.
Il mio master lo era altrettanto, da quel che potevo dedurre dal “pacco” che esibiva sotto i pantaloni.
Finita la “cena” mi accompagnò nuovamente in camera, mi spogliò dall’abito di seta rossa e rimasi in calze e reggicalze, il busto abbellito da una coppia di seni immensi. Mi fece stendere delicatamente sul letto e prese a toccarmi su tutto il corpo.
Sentivo il suo leggero massaggio attraverso la pelle sintetica, le sue dita insinuarsi maliziose tra le gambe.
Istintivamente le allargai per invogliarlo a continuare mentre mi lasciai andare a degli indistinti mugolii di piacere, soffocati dal bavaglio che quasi mi impediva di respirare.
Avvicinò il suo viso al mio inguine e iniziò a leccarmi proprio sopra dove lo string comprimeva il mio pisello, oramai in preda ad una tremenda eccitazione, anche se costretto in una posizione impossibile. Il contatto delle sua lingua attraversava la sottile membrana di gomma e la sentivo leccare avidamente il mio sesso eccitato.
Intanto la sua mano aveva parzialmente aperto la cerniera della tuta e cominciava l’esplorazione della mia intimità posteriore, un dito mosso con sapienza stava insinuandosi nel mio sfintere caldo ed ospitale.
Mi dimenai convulsamente per invitare il mio amante a proseguire nella penetrazione, lo desideravo!
Ma invece di proseguire lui tolse il dito e cominciò a leccarmi avidamente la mia “fichetta”. Sentivo la sua lingua sfiorarmi lo sfintere e poi la punta forzare leggermente l’ano. Mi faceva impazzire!
Un pò alla volta riuscì a penetrarmi per qualche centimetro e cosi facendo mi inumidì e lubrificò.
Mi mise un cuscino sotto le natiche per sollevarmi un po di più e poi si mise sopra di me. Non riuscivo a vederlo ma lo sentivo, eccome se lo sentivo.
Il suo calore filtrava oltre il lattice della tuta e lo avvertivo mentre si sistemava per la penetrazione.
Ad un certo punto qualcosa di duro si appoggiò sul mio sfintere e delicatamente si aprì la strada verso l’interno.
Non lo sentii come un’oggetto estraneo che mi invadeva ma qualcosa di naturale, che avrebbe dovuto esserci anche più spesso.
La deliziosa sensazione di essere posseduta dilagava in me, procurandomi brividi di piacere.
Con spinte progressive ma decise riuscì a infilarlo fino in fondo, si fermò un istante per farmelo apprezzare e poi cominciò un movimento a statuffo, lento ma poderoso. Avrei voluto urlare di piacere ma il bavaglio mi ricacciava l’urlo in gola, lasciando t****lare solo qualche verso strozzato.
In compenso mi dimenavo come un serpente, le mie gambe cingevano i fianchi del mio stallone per costringerlo a penetrarmi ancora più a fondo.
Volle cambiare posizione e prendermi da dietro ma visto che non disponevo delle braccia per reggermi mi fece scendere dal letto, appoggiare le ginocchia sul tappeto e stendermi con il ventre sul materasso.
Mi penetrò nuovamente e ricominciò a stantuffarmi con energia.
Ad un certo punto lo sentiì pulsare ed accelerare il ritmo per raggiungere finalmente l’orgasmo quando un fiotto di sperma caldo inondò le mie viscere.
Dopo un po si fermò, estrasse lentamente il pisellone dal mio sfintere e mi fece stendere nuovamente sul letto, poi aprì del tutto la cerniera della tuta e sentii le sue dita infilarsi nello string, con una certa difficoltà riuscì a liberarmi il pene e con molta delicatezza lo toccò dappertutto provocando l’inevitabile erezione, poi lo prese in bocca.
La sua lingua saettava lungo il mio pene, lo aspirava fino in gola e lo faceva gonfiare. Con consumata abilità mi portò rapidamente all’orgasmo e venni dentro di lui. Fu un’orgasmo memorabile che mi privò completamente delle forze e me ne rimasi inerte ad ansimare racchiusa nel mio guscio di lattice e cinghie in attesa di essere finalmente liberata.
Rimase accanto a me per diversi minuti mentre con la mano sfiorava le mie gambe e il mio viso in contemplazione.
Quando si rese conto che non ne potevo più mi fece lentamente alzare dal letto e mi tolse la maschera e liberò dalle fasciature.
Per la prima volta da più di due ore potevo respirare liberamente.
Il mio viso era rosso e congestionato, il trucco un disastro con il rossetto e il rimmel che si fondevano insieme. Mi fece spogliare dalla tuta in lattice e come immaginavo ero immersa in un bagno di sudore, ora sentivo freddo.
Ma solo quando mi liberò dell’infernale corsetto mi resi conto fino in fondo di ciò che avevo sopportato. Per almeno mezz’ora le mie braccia ricaddero inerti lungo i fianchi, assalite da un’insopportabile formicolio che si accentuò ancor di più quando la circolazione riprese.
Un doccia calda risollevò le sorti del mio corpo martoriato e il mio morale.
Ci salutammo con l’augurio di rivederci per un’altra seduta, ma fin’ora non c’è mai stata l’occasione.

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